I Comuni (del Sud) sono un buco nero: oltre 1.000 dissesti e «riequilibri»
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Un Comune non può fallire: non chiude il municipio, non licenzia la comunità, non spegne i servizi. Per questo lo Stato ha previsto due procedure di crisi, e la Corte dei Conti ne ha contate 1.448 dal 1989, tra dissesti (818) e riequilibri (630).

I Comuni coinvolti sono però solo 1.033: oltre 400 procedure sono ricadute. Al 31 dicembre 2025 le crisi aperte sono 485, pari al 6,1% dei 7.896 Comuni italiani. È una quota contenuta, ma molto concentrata: Sicilia, Calabria e Campania hanno il 63,6% delle procedure, il Lazio l’8,3%, la Puglia il 6,2%.

In Calabria le procedure sono 351, il record nazionale, e hanno toccato 223 Comuni: il 68% dei calabresi vive in un ente che ha avuto una crisi. In Sicilia i Comuni interessati ospitano il 66% della popolazione, in Campania il 62%. Solo nel 2025 sono state attivate 65 nuove procedure (64 nel 2024), quasi sempre in piccoli centri: 43 dei 62 Comuni coinvolti hanno meno di 5.000 abitanti e 12 meno di 1.000.

I dissesti e i riequilibri dei Comuni del Sud Italia

Per capire il fenomeno bisogna distinguere le due strade. Il riequilibrio, introdotto nel 2012, è la procedura preventiva: il Comune la attiva da sé quando ha squilibri strutturali che possono portare al dissesto e che i rimedi ordinari non risolvono. Presenta un piano di rientro, esaminato dal ministero dell’Interno e poi dalla sezione regionale della Corte dei Conti, che lo approva o lo boccia e ne verifica l’attuazione. Il piano può durare fino a 20 anni, mentre il progetto originale ne prevedeva cinque, e può essere ritirato entro 90 giorni.

Il dissesto, in vigore dal 1989, si dichiara e non si revoca quando il Comune non riesce a pagare i creditori né a garantire i servizi fondamentali. I debiti passati passano a un organo straordinario di liquidazione (Osl) e il Comune riparte con un bilancio «stabilmente riequilibrato», controllato per cinque anni. Le due strade, nella pratica, si incrociano: molti riequilibri finiscono in dissesto, perché il piano viene bocciato, gli obiettivi non vengono rispettati o non si riesce nemmeno a scriverlo.

Cosa succede nei paesi e nelle cittadine più piccole

I casi mostrano meglio dei numeri come funziona, o non funziona, il sistema. In Campania nel 2025 tre Comuni chiudono il dissesto e quasi subito ricadono in crisi. Villa Literno esce a febbraio e a luglio è già in riequilibrio per 34,5 milioni, 2.664 euro a testa. Villaricca esce a giugno e a novembre riparte con un riequilibrio da 47,8 milioni. Calvi Risorta esce a marzo, tenta il riequilibrio a ottobre e il 7 gennaio 2026 dichiara un nuovo dissesto.

Ad Acate, nel Ragusano, il dissesto del 2016 da 4,9 milioni viene chiuso nel 2021, ma nel 2024 il disavanzo è di 17 milioni, più di tre volte e mezzo: la riscossione delle entrate correnti è ferma al 30,3% e quella dei residui all’11,8%. Palagonia, nel Catanese, ha accumulato cinque procedure (1994, 2013, 2014, 2019, 2021). A

Ispica il dissesto del 2013, chiuso nel 2019, è seguito da un secondo nel 2020; a Scordia, bocciato il piano nel 2014, il dissesto chiuso nel 2019 si ripete nel 2024; Santa Venerina e Taormina contano quattro procedure ciascuna, come Benevento e Marano di Napoli, quest’ultima con tre scioglimenti per infiltrazioni mafiose (2016, 2021 e 2025).

La situazione delle grandi città

Anche le grandi città raccontano la stessa storia, con un finale diverso. Napoli, 961 mila abitanti, ha un dissesto del 1993, un riequilibrio del 2012 rimasto per un decennio in istruttoria e dal 2022 un Patto con il governo. La massa passiva è di 850 milioni, 885 euro a testa. Lo Stato ha stanziato 1,23 miliardi fino al 2042 e il Comune ne mette almeno un quarto: circa 800 milioni in vent’anni, per il 90% da una maggiore riscossione.

L’esposizione complessiva è scesa da 5 a 3,9 miliardi, i fornitori sono pagati a 30 giorni invece che a 180-200, l’addizionale Irpef (+0,2 punti) ha reso 106 milioni nel 2024 e la società che incassa le cartelle ha recuperato 200 milioni in 19 mesi, su un obiettivo di un miliardo in dieci anni. Salerno non ha mai avuto procedure di crisi, ma ha firmato il Patto perché il disavanzo pro capite superava i 500 euro: -169,9 milioni nel rendiconto 2021, circa 1.320 euro a testa, con impegni fino al 2044, addizionale Irpef sopra il limite di legge e 1,50 euro a passeggero sui diritti d’imbarco in porto.

A Benevento il dissesto aperto dal 2017 vale 31,5 milioni di passivo, e la Corte parla di «paralisi amministrativa» nei rapporti tra Comune e Osl e di un avanzo «fittizio» di 865.000 euro costruito sulla rata di un’anticipazione di liquidità; la Tari non incassata è in media il 32,27% dal 2017 e nella riscossione coattiva i mancati incassi arrivano all’83,58% per la Tari e all’88,64% per l’Imu. Palermo, oltre 600.000 abitanti, ha firmato il Patto il 30 gennaio 2023: riceve circa 170 milioni fino al 2042 e il disavanzo è sceso da 436 a 189 milioni.

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