Solo con la commissione d’inchiesta chi ha sbagliato e mentito pagherà
Giuseppe Conte e Roberto Speranza (Imagoeconomica)
L’archiviazione di Giuseppe Conte e Roberto Speranza è usata per invocare lo stop all’organo parlamentare. Che invece serve più che mai: dai dispositivi farlocchi ai diktat inutili, fino al piano pandemico, le colpe del disastro vanno accertate.

Ci sono due vittime illustri dell’archiviazione di Brescia riguardo le responsabilità di Giuseppe Conte e Roberto Speranza in pandemia. Una è la verità politica su come i partiti di governo, Pd e Cinque stelle, hanno gestito la prima, cruciale fase pandemica. L’altra è il principio di responsabilità: i morti ci sono stati, sono reali e molti di loro non hanno lasciato questo mondo per colpa diretta del virus; ma, come sempre, alla fine nessuno è responsabile. Non a caso Consuelo Locati, avvocato dei familiari delle vittime del Covid, ha rimarcato amaramente che «il Covid non è stato uno tsunami come ci vogliono far credere: molte morti si sarebbero dovute evitare e qualcuno è responsabile di ciò».

Certo, a Conte e Speranza sono stati contestati reati così gravi che non è stato possibile dimostrarli in punto di diritto: la responsabilità penale è personale, mentre in pandemia molte decisioni sono state equamente condivise tra governo, ministero della Salute, Cts e virologi da salotto televisivo, con la complicità di gran parte dei media. Ma, in punto di fatto, le azioni portate avanti dal governo Pd-Cinque stelle hanno conferito all’Italia la funesta leadership tra i Paesi che hanno avuto più decessi, uno stringency index (l’indice che misura quanto sono state alte le misure restrittive) scandalosamente alto – al terzo posto tra i Paesi Ocse dopo Colombia e Cile – e uno dei peggiori rapporti tra eccesso di mortalità e limitazione della libertà.

Se Conte e Speranza hanno «fatto quello che potevano, vista la situazione di emergenza», a chi dobbiamo attribuire la responsabilità di questa nefasta gestione pandemica? È «colpa del virus», ad esempio, se l’Italia ha acquistato dalla Cina, grazie all’intercessione di Massimo D’Alema, un centinaio di ventilatori per quasi 2 milioni di euro, poi ritirati dalla Regione Lazio perché non a norma? Ed è a causa dell’emergenza sanitaria se non è stato dato seguito a un’inchiesta su una presunta frode per centinaia di milioni di euro nell’acquisto di mascherine non certificate o con certificazioni false? E chissà se è sempre per «il virus» che lo Stato italiano ha speso 1 miliardo e 251 milioni di euro, pagati dalla struttura commissariale di Domenico Arcuri, per comprare 800 milioni di mascherine irregolari e pericolose per la salute. E pensare che poco prima, il 15 febbraio 2020, il ministero degli Esteri guidato da Luigi Di Maio regalava due tonnellate di materiale sanitario alla Cina, tra cui quelle stesse mascherine e tute di protezione per gli operatori sanitari che poco dopo si riveleranno introvabili nelle zone più colpite della Lombardia. Sono i giorni della campagna #Milanononsiferma, lanciata dal sindaco Giuseppe Sala, seguito da Giorgio Gori a Bergamo e da Nicola Zingaretti, allora segretario del Pd: lui prendeva l’aperitivo sui Navigli, mentre i giornalisti ridicolizzavano il governatore leghista Fontana che già allora indossava la mascherina.

È arduo attribuire al virus anche lo spreco di 100 milioni di euro per i banchi a rotelle, ed è altrettanto difficile credere che se a migliaia di cittadini fossero stati precocemente somministrati gli antinfiammatori (anziché la sola Tachipirina con vigile attesa) – comparsi nei protocolli Aifa solo a novembre 2020, quando i decessi erano già arrivati a 55.000 – sarebbero morti lo stesso. Tutto ciò accadeva sotto al naso di Conte e Speranza ma, secondo la vulgata comune, «non si poteva fare meglio di così» perché «siamo stati travolti».

Eppure, Conte frequentava assiduamente la piazza televisiva del Paese assicurando «siamo prontissimi, abbiamo usato misure cautelative di avanguardia», mentre Speranza, secondo le carte di Brescia, a quanto pare non aveva voce in capitolo su nulla: «Le omissioni e i ritardi – si legge sul documento del tribunale dei ministri- riguardano attività amministrative di esclusiva pertinenza del Segretario generale del ministero della Salute e delle Direzioni generali. Al ministro della Salute era preclusa qualsiasi ingerenza nello svolgimento di tali attività». Un comodo scaricabarile che da un lato neanche stupisce, visto il caos rilevato perfino sul conteggio delle terapie intensive: il dicastero della Salute aveva un’errata mappatura dei posti letto, compresi quelli in terapia intensiva, che risaliva al 2018.

La responsabilità, si diceva: se tecnicamente non è stato possibile accertare quella penale, è ancor più urgente che la commissione d’inchiesta sul Covid vada avanti a passo spedito per constatare, e attribuire a qualcuno di diverso dal «virus», almeno quella politica.

Le opposizioni di sinistra stanno facendo di tutto pur di evitare di riconoscere i disastrosi errori della gestione pandemica. Chiedono di voler ripensare la commissione affinché sia ispirata alla «volontà di analizzare e comprendere quanto avvenuto», ma la bloccano facendo ostruzionismo. Vogliono «comprendere» senza fare luce e senza andare a fondo, e non si capisce il perché. Il deputato del Pd Gian Antonio Girelli, membro della commissione che sta per nascere, ha già messo le mani avanti stabilendo che «qualsiasi tentativo di esasperare i toni e portare avanti un’indagine inquisitoria sia ciò che più lontano possa esserci dalla ricerca di giustizia per un dramma quale è stato la pandemia. Forme di giustizialismo variabile non possono e non devono mai trovare giustificazioni politiche su eventi drammatici».

Un furbo ideologismo che mette provocatoriamente la giustizia sullo stesso piano del giustizialismo, con il solo obiettivo di passar sopra l’inadeguatezza degli amministratori che allora gestivano il Paese, della quale hanno fatto le spese i cittadini italiani.

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