La Cassazione infierisce su Bikkembergs. Il marchio, già distrutto dal fisco: «Chiederemo i danni al Mef»
F.C. Bikkembergs Fossombrone
  • Nel 2007 la Guardia di finanza accusa l’azienda di aver evaso 130 milioni di euro. In realtà, i documenti che l’avrebbero scagionata sono scomparsi e rispuntati solo dopo quattro anni. L’avvocato Francesco Giuliani: «Ora i miei clienti stanno valutando di fare ricorso contro lo Stato».
  • Deirdre Margaret Domegan, manager del gruppo: «Non capisco l’interesse dell’Italia nel massacrare chi produce PIl: senza le imprese non c’è lavoro e non c’è sviluppo».
  • Dai marchi del lusso ai colossi del Web, l’Agenzia delle entrate non risparmia nessuno. Si va da Armani, Ferragamo, Prada, fino a Gucci e Amazon.

Lo speciale contiene tre articoli

Persino Franz Kafka, l’autore del Processo, rimarrebbe di stucco nel sentirsi raccontare la vicenda Bikkermbergs, il marchio di moda e sport che è stato spazzato via dal nostro Paese per un’inchiesta della Guardia di finanza che ha mostrato un volto quasi fraudolento della giustizia fiscale in Italia. «Ora i miei clienti stanno valutando di fare ricorso contro lo Stato e noi faremo ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo e alla Commissione europea», spiega l’avvocato Francesco Giuliani (Studio Fantozzi & Associati) che ha seguito sin dal 2007 una vicenda che ha cancellato un’azienda straniera in Italia, per di più facendo perdere l’indotto a tutta la zona di Fossombrone, provincia di Pesaro, dove lo stilista tedesco Dirk Bikkembergs, cresciuto in Belgio, aveva investito persino nella squadra di calcio locale.

Dal 2000 in Italia, nel 2004 Bikkembergs è un marchio di successo, riconosciuto a livello internazionale. Vanta diverse società nel mondo, quella lussemburghese commercializza, quella italiana produce con i nostri migliori artigiani delle Marche. Ma nel 2007 una verifica della Guardia di finanza dà inizio a un girone infernale, che non è ancora finito dopo una sentenza di assoluzione della Cassazione nel 2017 e un’altra sempre della Suprema corte che ha rideterminato la sanzione da 130 milioni di euro a 3. «In pratica in quell’anno la Guardia di finanza contesta a Bikkembergs un’evasione da 130 milioni» spiega l’avvocato Giuliani. «E’ la stessa Guardia di finanza a chiedere l’ausilio del Lussemburgo. Viene attivata la mutua assistenza per verificare se la società controllante, “Iff S.a.r.l.” , avesse o meno questa funzione di commercializzazione, perché la imputavano a quella italiana». Si tratta di una verifica puramente formale per la nostra giustizia, di dialogo tra due sistemi fiscali.

«In pratica» dice Giuliani «la verifica di 11 pagine, che scopriremo solo quattro anni più tardi che era stata inviata, dimostrava che la commercializzazione avveniva solo in Lussemburgo». Quel documento però nel 2007 non salta fuori. «Può capitare, il Gran ducato può non avere risposto», aggiunge l’avvocato. Ma nel frattempo la sede italiana chiude i battenti, viene ceduto il marchio, vengono licenziati i lavoratori e pure la squadra di calcio in serie D viene abbandonata al suo destino. Ma gli avvocati non demordono.

E nel 2011 per discutere le memorie dell’appello con gli avvocati lussemburghesi viene fuori un’altra storia. «Uno degli avvocati mi spiega di aver parlato con un suo amico all’agenzia delle entrate e di aver saputo che quel documento è stato effettivamente inviato. Ma che fine ha fatto?» si domanda Giuliani. In un Paese normale la Gdf avrebbe dovuto immediatamente dare comunicazione, ma così non è stato. «Allora noi andiamo a chiedere informalmente il documento. Magari c’è stato un ritardo di Poste italiane pensiamo. Andiamo alla Gdf e ci viene posto il segreto istruttorio. A questo punto facciamo ricorso al Tar per avere il documento. E il Tar ci dà ragione. Vengono condannati a dare il documento, ma non lo consegnano. Quindi tramite il giudizio di ottemperanza, il 2 agosto del 2011, finalmente il documento compare». Peccato però che siano passati già quattro anni e la possibile denuncia per omissioni in atti d’ufficio è già andata in prescrizione.

In pratica, con la presa visione del documento il giudice d’appello ribalta la sentenza di primo grado pronunciando una sentenza favorevole per le società, asserendo la sussistenza di una stabile organizzazione per un periodo di tempo limitato (da maggio 2005 a novembre 2006) e riducendo la pretesa erariale da 130 milioni a circa 1,5 milioni di euro, dichiarando non dovute le sanzioni. L’attività svolta dalla stabile organizzazione sarebbe stata assimilabile a un’attività di raccolta ordini, e il reddito imponibile sarebbe stato pari al 5% del volume di vendite realizzato da Iff in un anno e mezzo. Questa pronuncia viene poi confermata dalla Cassazione, ma con un ennesimo rinvio della causa al giudice d’appello, che avrebbe dovuto accertare se il metodo di accertamento utilizzato – che non aveva tenuto conto delle evidenze contabili in possesso dell’amministrazione finanziaria, ma si era basato su una determinazione induttiva del reddito – fosse stato legittimo. Dopo l’ulteriore pronuncia della commissione regionale (che ha dichiarato non dovuti i circa 60 milioni di euro richiesti alla società di produzione “22 srl”, che viene così estromessa in via definitiva dal giudizio), ad agosto è giunta la sentenza finale della Cassazione, che ha di fatto confermato quanto già deciso dalla prima sentenza della Commissione regionale, ma con l’aggiunta delle sanzioni, per cui il debito della società lussemburghese sarebbe ora non più di 130 milioni di euro, come inizialmente ipotizzato dal fisco italiano, ma pari solamente a 3 milioni.

La Cassazione si pronuncia in modo ambiguo – per non dire incomprensibile – anche sull’Iva, che non si comprende se e su cosa andrebbe calcolata, atteso che l’attività accertata della presunta stabile organizzazione sarebbe, come detto, di servizi di agenzia resi mediante un server, ciò che è pacificamente escluso dal campo di applicazione dell’imposta. «La sentenza è poco chiara sull’applicazione dell’iva e ciò costituirà oggetto di ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo, ormai 4° grado di giudizio», conclude Giuliani.

Alessandro Da Rold

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