Gli affari di Paradiso. Si definiva «umile» ma gestiva 2 milioni grazie a una polizza
  • Secondo la Procura, l’uomo riceveva del denaro da Piero Amara. Giuseppe Calafiore: «Gli dava anche la sua carta di credito…».
  • Luigi Di Maio sceglie il silenzio, mentre la stampa se la prende con Matteo Salvini.

Lo speciale contiene due articoli.

«Sono una persona umile, devo tutto a mia moglie». A chi lo incontrava negli ultimi mesi, Filippo Paradiso, il funzionario di polizia distaccato al Viminale arrestato martedì nell’inchiesta di Potenza, ricordava spesso le sue umili origini e raccontava anche che andava spesso a pregare «in monastero». Ora però poteva contare, stando a quanto hanno ricostruito gli investigatori, «su una polizza di gestione patrimoniale di oltre 2 milioni di euro». E non solo.

Non è chiaro se già sapesse che l’inchiesta dello scorso anno sul procuratore di Taranto Carlo Maria Capristo lo avrebbe travolto. Di sicuro da almeno un anno Paradiso era indagato a Roma per traffico di influenze, ma né il sottosegretario Carlo Sibilia né i 5 stelle avevano deciso di rimuoverlo dal suo incarico. Come si legge nelle 306 pagine di custodia cautelare, il suo stile di vita era al di sopra delle aspettative. A permettergli arrotondamenti considerati dagli investigatori «incompatibili con il profilo reddituale» sarebbe stato l’avvocato dell’Eni Piero Amara, il legale di Augusta che non disdegnava di mantenere confidenti e anche magistrati.

A rivelare i pagamenti di Amara è Giuseppe Calafiore, suo sodale in diversi interrogatori. Il 21 maggio del 2018 spiegava ai magistrati come sempre Amara gli avesse dato dei soldi da dare a al procuratore di Siracusa Giancarlo Longo in relazione a una vicenda di cui si è occupato integralmente lui, la vicenda «Milano»: «Io ho fatto da spallone. Amara mi ha dato dei soldi in busta, io non li ho contati. Siamo in aprile 2015 o nell’estate del 2015. Ricordo che le banconote erano do 50 euro. Saranno state quattro o cinque mazzette». Il riferimento a Milano altro non è che all’inchiesta di Longo sul complotto Eni, poi rivelatosi farlocco e inventato da Amara. Calafiore è un testimone di tutti i pagamenti dell’avvocato di Augusta. Amara avrebbe utilizzato Paradiso per fare il relation man, per tenere i rapporti con le istituzioni. «Paradiso andava a cena con diversi membri del Csm. Lo utilizzava e lo pagava. […] gli dava anche la carta di credito a questo Paradiso».

Secondo Calafiore, «lavorava cioè come applicato politico al ministero degli Interni e quindi lei si immagini uno che guadagna… sono forse 1.500 euro, 2.000 euro al mese… che vive a Roma, tutte le sere a cena con chiunque cioè come fa, è tecnicamente impossibile». Una volta «l’ha foraggiato davanti a me in studio e gli ha dato 2.100 euro». La stessa moglie di Paradiso, Lucia Giuliano, era retribuita da un consorzio, proiezione della società Tecnomec che fatturava a Eni e Ilva e i cui affari erano seguiti da un’altra società di Amara. Dalle verifiche sugli estratti conto dell’avvocato sedicente confratello della loggia Ungheria sono saltati fuori i pagamenti di biglietti aereo per Paradiso. Le carte di credito erano di Amara, i biglietti erano intestati a Paradiso. L’ammontare dei biglietti? Oltre 1.200 euro.

Ma è in un secondo procedimento che Amara e Paradiso sono indagati per traffico illecito di influenze. L’avviso di conclusione delle indagini era stato emesso dalla Procura di Roma, così come la richiesta di rinvio a giudizio, trasmessa in Procura a Potenza e inoltrata il 26 febbraio al gip. In quel fascicolo viene ricostruita la relazione AmaraParadiso, «sostanziatesi», scrivono gli investigatori, «mediante il pagamento di somme di denaro come prezzo della mediazione di Paradiso con pubblici ufficiali in servizio presso ambienti istituzionali». In particolare ai magistrati potentini interessano i «membri del Csm e i politici». Amara e Paradiso, secondo il gip, avrebbero agito «attraverso illeciti scambi di favori, pilotando addirittura la nomina di un procuratore della Repubblica per interesse personale […]». Paradiso sembrerebbe un socio di Amara. I due, spiega ancora il gip, «hanno dimostrato di agire, comunicare e dare disposizioni in molteplici direzioni istituzionali di altissimo livello, in modo tentacolare».

D’altra parte, quando nel 2013 uscì il libro scritto da Paradiso su concussione e corruzione, con la prefazione dell’ex procuratore generale di Roma Luigi Ciampoli, alla presentazione erano presenti «alti ufficiali, magistrati, alti prelati, gente importante». A dimostrazione che di contatti negli ambienti che contano il poliziotto ne aveva da spendere. E Amara questo lo sapeva bene, come evidenzia il gip nell’ordinanza d’arresto. Un passaggio, quello della relazione con Paradiso, che Amara di certo tenterà di spiegare al gip oggi durante il suo interrogatorio di garanzia. Sarà presente anche il procuratore Francesco Curcio, considerato ormai un «Nosferatu» dalle toghe pugliesi che finiscono indagate a Potenza, e che di certo non abboccherà ai soliti tentativi messi in campo da Amara di riempire pagine e pagine di verbali. Paradiso, sentito dai magistrati milanesi il 22 febbraio dell’anno scorso nell’inchiesta sulla loggia Ungheria, la vicinanza con Amara non l’aveva negata: «È nato un rapporto di buona amicizia e di frequentazione privata, anche con le famiglie». Ora a Potenza dovrà spiegare perché l’avvocato pagava i suoi viaggi aerei e come è finita nelle sue mani quella polizza da 2 milioni di euro.


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