Una delle salme viene portata via, all'esterno della palazzina dove una donna e la figlia sono state trovate morte, in via Domodossola, a Torino, 21 giugno 2026 (Ansa)
Choc a Torino: la donna, di origini romene, ha ucciso la bambina di 13 anni e poi si è suicidata. La vittima era ancora agonizzante quando la diciannovenne, ora ricoverata, è rientrata in casa e ha chiamato i soccorsi.
Una foto dei nonni con le due ragazze durante un compleanno. Una con lei abbracciata alla figlia più grande e un porto con le barche attraccate sullo sfondo.
Sorrisi appena accennati ma che sembrano raccontare una quotidianità apparentemente serena. Poi c’è la realtà che gli investigatori della Squadra mobile di Torino hanno trovato ieri mattina in un appartamento di un condominio da quattro piani in via Domodossola, quartiere Parella, zona residenziale nell’immediata periferia ovest della città. Lì una ragazza di 19 anni, tornando a casa, ha trovato la madre e la sorella morte in camera da letto. Una scena che ha mandato in frantumi una famiglia già fragile e aperto una lunga serie di interrogativi ai quali ora dovranno rispondere gli investigatori. Il corpo di Maria Mihaela Belecciu, quarantenne originaria di Piatra Neamt, cittadina della Romania a 300 chilometri da Bucarest, era appeso a una corda. La figlia Isabella, appena 13 anni, a terra. Quando il personale del 118 di Azienda Zero è arrivato sul posto, per la tredicenne c’era ancora una speranza.
Isabella era incosciente, ma viva. I soccorritori hanno tentato a lungo di rianimarla. Hanno messo in atto tutte le manovre possibili. Ma non c’è stato nulla da fare. E, poco dopo, hanno dovuto constatarne il decesso. Ci sono due percorsi, adesso, che gli investigatori stanno cercando di attraversare per ricostruire l’accaduto. Il primo è racchiuso nella camera da letto trasformata nella scena di un crimine. Qui, tramite le posizioni dei corpi, le tracce, gli accertamenti del medico-legale e il lavoro della polizia Scientifica, si cerca di stabilire la sequenza degli ultimi minuti di vita di entrambe. Dopo le ispezioni e il sopralluogo, una prima ricostruzione ha preso forma.
La donna avrebbe strangolato la figlia, probabilmente nel corso di un litigio, e, quando l’ha vista a terra esanime, si sarebbe tolta la vita con una corda (o, pare, con un laccio). È una dinamica che dovrà però essere verificata in ogni sua parte. Ma è da quella stanza che partono tutte le domande dell’inchiesta. Il secondo percorso investigativo non è all’interno dell'appartamento. È nel perimetro del nucleo familiare. Nelle relazioni, nelle ferite, nei rapporti che si erano modificati e forse anche molto deteriorati. Omicidio-suicidio è stata la prima ipotesi, accompagnata dal racconto ancora frammentario di una tragedia che, secondo le ricostruzioni, affonderebbe le proprie radici in una separazione matrimoniale vissuta con grande sofferenza, seppure risalente nel tempo. Dalle prime attività investigative è emerso subito il peso della vicenda familiare che avrebbe continuato a segnare la vita della donna. Il matrimonio con il marito, romeno anche lui, era finito ma lei non avrebbe mai accettato davvero la separazione (anche sui profili social manteneva, accanto al suo, il nome del marito). Gli investigatori stanno cercando di capire quanto quel passaggio abbia inciso negli equilibri della famiglia e sospettano che potrebbe essere centrale nella tragedia. Il movente però non viene cercato soltanto in quanto è accaduto nelle ultime ore. Ma nella storia personale che, secondo quanto sembra emergere dai primi accertamenti, continuava a essere attraversata dalle conseguenze della relazione conclusa. Si dovrà risalire, inoltre, agli ultimi contatti telefonici di Maria Mihaela, per comprendere il clima che si respirava all’interno dell’abitazione, ma anche per verificare la possibilità di ulteriori ipotesi. Per questo uno dei tasselli più importanti potrebbe essere rappresentato dalla testimonianza della figlia maggiore. La ragazza, però, dopo la scoperta, è stata accompagnata in stato confusionale all’ospedale Maria Vittoria, dove è ricoverata. Il suo racconto viene considerato decisivo per ricostruire il contesto familiare e le condizioni psicologiche della madre nelle ultime settimane. Gli investigatori, coordinati dal pubblico ministero di turno, Roberto Furlan (che ha subito aperto un fascicolo, anche per poter disporre gli accertamenti tecnico-scientifici), stanno cercando di capire se vi fossero segnali di particolare sofferenza, episodi rimasti confinati dentro le mura domestiche o situazioni rilevanti per le indagini e note a chi conosceva Maria Mihaela. Resta il report fotografico della polizia scientifica. Con gli scatti che fissano per sempre una famiglia distrutta e che ora fanno parte del fascicolo dell’inchiesta.
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Profughi dinanzi muro ungherese, 16 settembre 2015 (Ansa)
Obiettivo: rifornire di manodopera irregolare il distretto del pronto moda e altre città. Al vertice del sistema c’era il cinquantenne Pan Keke. Che teneva le fila dei rapporti con gli imprenditori asiatici del settore tessile.
Il suo nome era già comparso in numerose inchieste giudiziarie, soprattutto nel Veneziano. Pan Keke, cinquantenne conosciuto anche con il nome di «Luca», era stato indicato dagli investigatori come uno dei protagonisti di un sistema che aveva trasformato una strada di Mestre in un punto di riferimento per attività legate alla prostituzione e ai centri massaggi
. Già il 13 dicembre 2012 il suo nome era emerso in una delle più importanti operazioni contro la criminalità cinese nel Nord Italia. In quell’occasione la Guardia di Finanza di Venezia, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia, eseguì una vasta operazione che portò all’arresto di numerosi appartenenti a un’organizzazione attiva tra Veneto e Toscana e al sequestro di un patrimonio del valore di decine di milioni di euro. Tra gli indagati figuravano Pan, alcuni suoi familiari e diversi collaboratori italiani e cinesi.
Secondo gli inquirenti, il gruppo ha accumulato ingenti ricchezze grazie al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, allo sfruttamento della prostituzione e all’impiego di lavoratori irregolari. I profitti ottenuti da queste attività sarebbero stati reinvestiti nell’acquisto di alberghi, appartamenti, esercizi commerciali, centri massaggi e altre attività economiche. Le indagini descrivevano una struttura criminale particolarmente articolata, capace di contare non soltanto su affiliati di origine cinese ma anche sul contributo di professionisti e imprenditori italiani che avrebbero fornito supporto nella gestione degli affari e nel riciclaggio dei capitali. Il centro operativo dell’organizzazione era stato individuato in un complesso residenziale di via Piave, a Mestre, considerato dagli investigatori il quartier generale della famiglia Pan. Oggi il suo profilo riappare nell’ambito dell’indagine coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Firenze e condotta dalla Squadra Mobile di Prato, che ha portato alla luce una presunta struttura dedita alla gestione di una banca parallela operante fuori da qualsiasi controllo.
Come scrive La Nazione, per gli inquirenti sarebbe stato proprio Pan a dirigere il meccanismo finanziario clandestino. L’uomo avrebbe mantenuto rapporti sia con i clienti cinesi che usufruivano del circuito illecito, sia con intermediari e soggetti vicini a gruppi criminali italiani e albanesi coinvolti nell’inchiesta. Nel procedimento risultano indagate complessivamente oltre quaranta persone di nazionalità cinese, italiana e albanese. Secondo la ricostruzione investigativa, Pan avrebbe svolto un ruolo determinante nell’organizzazione dei trasferimenti informali di denaro. Già nel 2014 era stato condannato dal Tribunale di Venezia per favoreggiamento dell’immigrazione irregolare e sfruttamento della prostituzione, ricevendo una pena di sette anni e otto mesi di reclusione. Una parte della detenzione era stata eseguita nel carcere della Dogaia, a Prato.
Proprio durante quel periodo dietro le sbarre, avrebbe costruito rapporti con appartenenti alla criminalità albanese e con soggetti radicati nel territorio pratese, riuscendo progressivamente a inserirsi nel contesto locale. All’esterno si presentava come un professionista, arrivando a utilizzare il titolo di avvocato e disponendo di un ufficio nella zona di via Toscana, identificato da una targa esposta all’ingresso. Fino a circa diciotto mesi fa avrebbe inoltre gestito un locale di ristorazione nei pressi di via del Confine. Per gli investigatori, Pan rappresentava il punto di collegamento tra le diverse ramificazioni della presunta banca occulta. Avrebbe mantenuto contatti sia con imprenditori cinesi attivi nel comparto del pronto moda sia con connazionali residenti in altri Paesi europei, in particolare in Spagna. Alcuni di questi soggetti, secondo gli atti d’indagine, avrebbero intrattenuto rapporti economici anche con organizzazioni mafiose. Attualmente Pan Keke si trova detenuto nel carcere di Sollicciano. Commentando alla Nazione l’operazione, il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo ha sottolineato come l’inchiesta smentisca l’idea di una criminalità organizzata ormai contenuta. A suo giudizio, fenomeni di questo tipo dimostrano che le organizzazioni mafiose continuano a esercitare un’influenza profonda sull’economia, fino a diventare parte integrante di alcuni segmenti del mercato e della finanza. Le intercettazioni ambientali avrebbero documentato i movimenti di denaro all’interno della banca clandestina. L’inchiesta ha inoltre portato alla luce un presunto sistema di immigrazione illegale che sfruttava la Serbia come porta d’ingresso in Europa. I migranti cinesi venivano trasferiti attraverso Ungheria e Slovenia fino a raggiungere città come Prato, Torino e Sommacampagna. Per ogni persona introdotta clandestinamente nel territorio europeo, l’organizzazione ha incassato circa 9.500 euro.
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Pechino (iStock)
Una recente indagine a Prato ha messo in luce un sistema di reti finanziarie parallele, che regolano i pagamenti senza spostare denaro. Sulla base della fiducia tra i membri.
Per gli investigatori non si trattava di una semplice rete di riciclaggio, ma di una vera e propria infrastruttura finanziaria parallela capace di mettere in comunicazione organizzazioni mafiose italiane, narcotrafficanti internazionali e una parte del tessuto imprenditoriale cinese del distretto tessile di Prato.
È questo il quadro che emerge dall’ordinanza di applicazione di misura cautelare emessa dal Gip del Tribunale di Firenze nell’ambito di un’inchiesta che descrive l’esistenza di una sofisticata «banca illegale» in grado di movimentare tra gli 80 e i 100 milioni di euro tra Italia, Spagna, Belgio, Germania, Olanda e Portogallo. Secondo l’accusa, al vertice dell’organizzazione vi sarebbe stato Keke Pan, cittadino cinese residente nell’area pratese, indicato come promotore e coordinatore di una struttura stabile composta da decine di persone con ruoli ben definiti: dirigenti, contabili, collettori, corrieri e broker incaricati di reperire clienti nel mondo del narcotraffico. Attorno a lui operava una rete composta prevalentemente da cittadini cinesi, ma anche da soggetti albanesi ritenuti vicini ai circuiti internazionali della droga.
L’elemento centrale dell’indagine è l’utilizzo del sistema «hawala», un meccanismo informale di trasferimento di denaro diffuso in diverse aree del mondo che consente di effettuare pagamenti internazionali senza il passaggio attraverso il sistema bancario tradizionale. Attraverso questo sistema, secondo gli investigatori, le organizzazioni criminali italiane potevano pagare i fornitori di droga all’estero senza dover trasportare fisicamente ingenti quantità di denaro oltre confine. In questo contesto, le imprese cinesi del comparto tessile ottenevano grandi disponibilità di contante non tracciato da utilizzare per la propria attività commerciale.
Il meccanismo descritto dagli inquirenti appare relativamente semplice ma estremamente efficace. I clan o i narcotrafficanti consegnavano denaro contante ai corrieri dell’organizzazione. Il denaro veniva trasportato a Prato e affidato ai cosiddetti «collettori», che avevano il compito di individuare aziende tessili disposte a ricevere le somme. Le imprese utilizzavano il contante per le proprie attività economiche mentre, attraverso la rete «hawala», i fornitori di droga presenti in Spagna, Belgio o Olanda ricevevano l’equivalente dell’importo dovuto. In questo modo il pagamento della sostanza stupefacente avveniva senza alcun movimento bancario e senza che il denaro attraversasse materialmente le frontiere.
L’ordinanza dedica ampio spazio alla struttura interna dell’organizzazione. Tra le figure considerate centrali compaiono Lorenzo Dei Meneghetti, ora detenuto in Colombia da dove rifiuta di essere espatriato, indicato come responsabile della rete dei corrieri tra Italia, Spagna e Portogallo; Baidong Li e Yufei Chen, ritenuti responsabili della contabilità e dei rapporti con le aziende coinvolte; Vincenzo Croma, definito dagli investigatori il principale corriere operativo in Italia; oltre a diversi collettori incaricati di reperire le imprese tessili destinatarie del denaro. Le basi operative individuate dagli investigatori si trovavano principalmente a Prato. L’ordinanza cita in particolare alcune abitazioni e la Locanda «Le Tre Ville», indicata come luogo di incontro, pianificazione e raccolta del denaro. Secondo il Gip, l’organizzazione disponeva inoltre di telefoni criptati, veicoli predisposti per l’occultamento del contante e una rete logistica in grado di operare contemporaneamente in diversi Paesi europei.
Uno degli aspetti più rilevanti dell’inchiesta riguarda i rapporti con la criminalità organizzata italiana. Le contestazioni descrivono numerosi episodi nei quali il sistema sarebbe stato utilizzato per favorire il pagamento di forniture di droga da parte del cosiddetto clan Briganti, ritenuto una delle articolazioni della Sacra Corona Unita operante nel quartiere «167» di Lecce. Secondo l’accusa, gli appartenenti al clan avrebbero consegnato decine di migliaia di euro in contanti all’organizzazione di Prato affinché provvedesse al trasferimento finanziario delle somme verso la Spagna, dove si trovavano i fornitori degli stupefacenti. Le pagine dell’ordinanza elencano numerosi episodi specifici. In alcuni casi vengono contestati trasferimenti da 30.000, 40.000, 45.000, 50.000 e 60.000 euro destinati al pagamento di partite di droga. Le somme sarebbero state raccolte in Puglia, trasportate a Prato e successivamente redistribuite attraverso il circuito delle imprese tessili. Diversi episodi coinvolgono aziende o negozi situati a Madrid, Siviglia, Valencia, Alicante e Malaga, città che emergono come snodi fondamentali della rete internazionale.
Ancora più significativo appare il collegamento con la ‘ndrangheta. L’ordinanza descrive infatti diversi episodi che avrebbero coinvolto la cosca Fiarè-Razionale-Gasparro di San Gregorio d’Ippona, nel Vibonese. Anche in questo caso il denaro proveniente dalle attività illecite sarebbe stato affidato ai corrieri della rete pratese per essere successivamente utilizzato nel sistema «hawala» e destinato al pagamento di forniture di stupefacenti in Spagna. In alcuni episodi vengono citate somme superiori ai 120.000 euro. L’inchiesta evidenzia inoltre il ruolo svolto da broker albanesi ritenuti collegati ai principali circuiti europei del narcotraffico. Tra questi figura Armand Kollcaku, soprannominato «Caffè», descritto come intermediario incaricato di procurare clienti interessati ai servizi finanziari dell’organizzazione. Accanto a lui compaiono altri soggetti albanesi che avrebbero operato tra Italia, Germania, Belgio e Spagna, facilitando i rapporti con i fornitori di cocaina e altre sostanze stupefacenti.
Secondo il Gip, la forza dell’organizzazione risiedeva proprio nella capacità di unire mondi criminali diversi. Da una parte i clan mafiosi e i narcotrafficanti avevano bisogno di un sistema sicuro per pagare la droga senza esporsi ai rischi del trasporto internazionale di denaro. Dall’altra alcune aziende del distretto tessile avevano necessità di reperire grandi quantità di contante non tracciato per alimentare un’economia parallela basata su transazioni informali e pagamenti in nero. La rete avrebbe quindi rappresentato il punto di incontro tra queste esigenze, trasformando il distretto pratese in una piattaforma finanziaria clandestina al servizio del crimine organizzato transnazionale. Le accuse contestate comprendono associazione per delinquere, riciclaggio, impiego di denaro di provenienza illecita, abusiva prestazione di servizi di pagamento e violazione della normativa bancaria.
Al di là degli aspetti giudiziari, il documento fotografa un fenomeno che va ben oltre il singolo procedimento penale: l’esistenza di una rete economica sommersa capace di collegare il cuore manifatturiero del pronto moda italiano con alcune delle più importanti organizzazioni criminali operanti in Europa. Se le accuse troveranno conferma nel corso del processo, l’indagine della Procura di Firenze potrebbe rappresentare una delle più significative ricostruzioni mai effettuate in Italia sul rapporto tra economia sommersa, finanza clandestina e narcotraffico internazionale.
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MIchele Serra (Ansa)
Michele Serra e Aldo Cazzullo difendono Michele Mari, accusato di «lesa Murgia». Lo farebbero con tutti? Intanto lo Strega lo tiene in gara.
Le terribili parole sessiste sarebbero state udite dalla scrittrice Teresa Ciabatti, e - vere o meno - sono finite sui giornali. «Non ho mai parlato dell’aspetto fisico di Michela Murgia, né mi sarei permesso», dice Mari a Repubblica. Il tribunale woke, però, è apparentemente inflessibile.
E conta fino a un certo punto che la Fondazione Bellonci, che gestisce lo Strega, ieri sera abbia confermato che lo scrittore resta in gara: «L’ipotesi di escluderlo non è consentita dal regolamento». Perché secondo i bene informati, l’editore Einaudi che pubblica il romanziere sta provando a trattare, ma dal trionfo annunciato sarà già tanto se si arriverà a una dignitosa sconfitta: il premio Strega è diventato premio Caccia alle Streghe. Insomma la santa inquisizione progressista si è messa in moto, e Mari potrebbe persino essere innocente, ma non importa più: come nei più efferati regimi, basta il pettegolezzo, il venticello del sospetto, e si diventa comunque colpevoli.
Come sempre accade, i toni degli articoli sui quotidiani che contano (Corriere, Repubblica e un po’ La Stampa, quelli frequentati dal bel mondo letterario) sono duri. Il Corriere ha ospitato un commento indignato di Bianca Pitzorno che se la prende con gli «scrittori maschi», rei di giudicare le colleghe «per l’aspetto», come se fossero tutti uguali e tutti colpevoli in quanto uomini. Di nuovo, sono riflessi condizionati, bagatelle per un massacro annunciato.
Stavolta, tuttavia, c’è anche qualcosa di estremamente diverso. Ci sono, dicevamo, le passioni ribollenti del linciaggio che si scatena ogni volta che il maschio bianco finisce nel tritacarne. Ma c’è anche un diffuso imbarazzo che s’accompagna al silenzio. E, soprattutto, c’è una sorprendente e inedita ondata di dissenso garantista. Se le cronache dei quotidiani sono tendenzialmente ruvide, i commenti delle grandi firme sono straordinariamente benevoli.
Michele Serra, per esempio. «Non sono tra quelli che pensano che non si può più dire niente, e cerco nel mio piccolo di tenere conto, quando scrivo o quando parlo in pubblico, di sensibilità e di suscettibilità che ho imparato a conoscere, e a rispettare, proprio grazie al famigerato politicamente corretto», scrive. «Ma così, scusate, non si può andare avanti. Specie in sede letteraria e artistica, laddove capita spesso di bivaccare ai confini del lecito e del condiviso, forse sarebbe meglio estrarre il cartellino rosso solo in casi di irrecuperabile e rivendicata violenza contro il prossimo. Darebbe scandalo trovare nella cinquina dello Strega, o in sedi consimili, l’autobiografia di Ben-Gvir, ammesso che sappia scrivere, o di un ministro afghano che nega la scuola alle bambine. Ma quando leggo Michela Murgia o Michele Mari, perché mai dovrei pretendere che vadano d’accordo?».
Capito? Censurare va bene, ma con giudizio. Se si dovesse oscurare un orrendo sionista o un fascista, suggerisce Serra, non ci sarebbero problemi. Ma con uno dei buoni, con un venerato maestro come Mari, perbacco, bisogna usare un metro differente. La pensa così anche Aldo Cazzullo, che lamenta il «dileggio preventivo e sistematico» e la fine della privacy. «Le parole di Mari, sbagliate o meno, condivisibili o no, erano parole private», dice Cazzullo. «Pronunciate in una conversazione privata. Ora, non dico che sia bello dire una cosa in privato e il suo contrario in pubblico. Non nego che per un personaggio pubblico, com’è uno scrittore favorito per lo Strega, sia difficile mantenere una propria considerazione nella sfera privata. Però insomma tra privato e pubblico un minimo di diaframma dovrebbe essere salvaguardato». Ah, molto interessante. Quindi la prossima volta che un agente provocatore di Fanpage o di La7 si infiltrerà in una manifestazione di destra il Corriere invocherà il rispetto della privacy? La prossima volta che Vannacci parlerà del femminicidio si invocherà il rispetto delle opinioni diverse?
Il punto è esattamente questo. Michele Mari è innocente fino a prova contraria. E anche se avesse effettivamente detto ciò che lo accusano di aver detto, non si capisce perché dovrebbe essere bandito dallo Strega. Ma siamo certi che se al suo posto ci fosse stato un altro autore, magari non pubblicato da Einaudi e non annoverato fra i grandi nomi del salottino buono della cultura italica, a quest’ora sarebbe già stato crocifisso in sala mensa, i giornali gronderebbero commenti feroci, i social traboccherebbero di insulti. Invece, guarda un po’, stavolta c’è persino chi - su Facebook - avanza teorie del complotto: Mari era favorito e lo hanno fatto fuori, la Ciabatti ha scritto un libro sulla Murgia che così otterrà grande risalto... Dietrologie che altrimenti sarebbero derise.
Se c’è da imporre il patentino antifascista a una fiera o da insultare chi devia dall’ortodossia progressista, il circolino intellettuale si compatta. Ma se un esponente di spicco del giro che conta finisce sulla graticola, tocca giustificare, difendere, puntualizzare. E, stavolta più che mai, lo si può lasciare in gara essendoci in ballo Einaudi e lo Strega. Dopo tutto, sosteneva Thomas Bernhard, ritirare un premio letterario è come farsi cagare in testa. E proprio per questo tanti scrittori sono pronti a tutto per vincere. O per far vincere il proprio editore di riferimento.
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