• L’Italia resta all’ultimo posto per burocrazia tributaria. Sulla pressione fiscale il nostro Paese perde in un solo anno 10 posizioni passando dal centodiciottesimo al centoventottesimo posto nella lista stilata da Banca Mondiale e Pwc.
  • All’estero la tecnologia aiuta. Più facili i rimborsi Iva anche in Egitto, Armenia, Turchia e Israele.
  • La classifica per numero di adempimenti.

Lo speciale contiene tre articoli e infografiche.

Le imprese italiane sono sempre più schiacciate dall’imposizione fiscale e la situazione anno dopo anno non accenna a migliorare. A dirlo è un rapporto stilato dalla Banca Mondiale e da Pwc che rileva e analizza i costi per imposte e tasse in capo alle aziende, il loro carico amministrativo per versamenti d’imposta e i diversi adempimenti fiscali registrati nel corso dell’ultimo periodo fiscale registrato, il 2018.

Nell’edizione 2020 dell’indagine, il nostro Paese ha perso 10 posizioni, passando dal centodiciottesimo al centoventottesimo posto. Non si tratta certo di un risultato positivo, visto che lo studio mette sotto la lente 190 economie e fotografa l’incidenza della tassazione dell’attività produttiva nei singoli Paesi.

L’analisi ha preso ad oggetto un’impresa domestica di medie dimensioni nel secondo anno di operatività.

Gli indicatori presi in esame sono tre: il Total Tax and Contribution Rate (Ttcr), che misura il carico fiscale e contributivo per le imprese (non la sola pressione fiscale), il tempo necessario per i diversi adempimenti relativi alle principali tipologie di imposte e contributi (imposte sui redditi, imposte sul lavoro e contributi obbligatori, imposte sui consumi) e il numero dei versamenti effettuati. A questi si aggiunge poi il Post-Filing Index, che misura i tempi per ottenere un rimborso Iva, ovvero per correggere un mero errore nella dichiarazione dei redditi.

Purtroppo la fotografia che emerge nel caso dell’Italia non è molto lusinghiera. Dando uno sguardo all’indicatore chiamato Ttcr, il nostro Paese si ferma al 59,1%. Per intendersi, ciò significa che, in media, per le aziende italiane il carico contributivo e fiscale pesa per quasi il 60%. Si tratta di un valore ben più alto rispetto alla media globale del 40,5% e rispetto alla media europea del 38,9%.

Come spiega l’analisi, il dato registra un incremento di sei punti percentuali essenzialmente riconducibile al venir meno di alcuni sgravi contributivi introdotti per le aziende come misura temporanea (poi non stabilizzata), a seguito del mutamento della politica economica del Paese.

Va detto, infatti, che la sensibile riduzione dell’aliquota Ires arrivata nel 2017 e la previsione del “super ammortamento” per l’acquisizione di nuovi beni strumentali non hanno consentito di assorbire l’impatto negativo della mancata decontribuzione.

Se dunque l’Italia si mostra sotto la media per carico fiscale e contributivo, si trova quasi nella media globale quando si parla di ore spese per le società in termini di ore necessarie agli adempimenti fiscali.

Secondo lo studio di Pwc e della Banca Mondiale, sono 238 in un anno le ore necessarie (invariate rispetto al 2017) per risolvere gli obblighi fiscali, quattro in più rispetto alle 234 della media globale. Certo, il dato è ben al di sopra delle 161 ore necessarie in media in Europa.

Quando si tratta di numero medio dei versamenti facciamo, se non altro, meglio della media globale, anche se non di quella europea. Ogni anno un’azienda italiana deve fare 14 pagamenti, un dato migliore delle 23 transazioni necessarie al mondo, ma pur sempre peggiore dei 10,9 pagamenti richiesti nel Vecchio Continente.

Si può dire, insomma, che in Italia paghiamo molte tasse e che il peso dei contributi previdenziali si fa sentire. Siamo, però, un Paese avanzato – almeno sul piano delle infrastrutture – quando si parla di Iva.

È degno di nota, spiega lo studio, il posizionamento dell’Italia nello sviluppo di tecnologie digitali per la gestione degli adempimenti ai fini Iva, a seguito dell’introduzione della fatturazione elettronica. Il report colloca infatti l’Italia al Livello 3 (il più alto se si escludono le iniziative sperimentali avviate in vari Paesi attraverso tecnologie blockchain) per lo sviluppo digitale che richiede una stretta integrazione tra le soluzioni tecnologiche adottate dal contribuente e dell’amministrazione pubblica.

L’indice relativo alla post-compliance, quello che riflette i tempi necessari per richiedere e ottenere un rimborso Iva, ovvero correggere un errore nella dichiarazione dei redditi, rimane invariato rispetto al 2017 a 52,4, contro il 60,9 a livello mondiale e 83,1 a livello europeo.

Più concretamente, In Italia le imprese impiegano 42 ore per la richiesta di rimborso Iva, incluso il tempo speso per rispondere alle richieste ricevute nel corso delle verifiche fiscali dell’amministrazione pubblica (18,2 ore la media mondiale, 7 ore la media a livello europeo).

Il tempo di attesa del rimborso è di 62,6 settimane, ben maggiore rispetto alla media globale (27,3 settimane) e a quella europea (16,4).

L’indice che misura la facilità del rimborso Iva, spiega lo studio «è negativamente influenzato dalla stima discrezionale di una probabilità superiore al 50% che si attivi una procedura di verifica/scambio di informazioni a seguito della richiesta di un rimborso dell’imposta sul valore aggiunto, con impatto significativo sui relativi tempi».

In poche parole, il contribuente italiano vive nella paura che il fisco possa creargli grossi problemi sul piano fiscale.


INFOGRAFICA


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