Cinque miliardi nel 2027, quasi 11 nell’arco di tre anni. È il contributo che il governo intende chiedere al settore finanziario per la manovra da 23,5 miliardi. La cifra è fissata nel Documento programmatico di bilancio inviato a Bruxelles. Restano da definire le modalità, la ripartizione fra banche e assicurazioni (su cui peserebbe circa un quarto dell’intero contributo) e altri intermediari e l’intesa con un comparto che richiama gli accordi presi un anno fa.
Manovra, Tajani riapre la partita sui 5 miliardi: «Contributo da tutto il mondo finanziario»
A riaprire la partita è Antonio Tajani. Il leader di Forza Italia afferma che il contributo deve arrivare da «tutto il mondo finanziario, quindi non soltanto banche e assicurazioni», coinvolgendo «anche Cassa depositi e prestiti».
Quanto alla suddivisione dei 5 miliardi, precisa: «Si sta lavorando». La linea azzurra resta tuttavia contraria alle imposizioni e a una tassa sugli extraprofitti, «che non esistono», e a «una visione punitiva del sistema bancario e del sistema assicurativo». Sì al contributo, non a una tassa selettiva.
Banche di prossimità e credito alle famiglie, Forza Italia frena sulle nuove imposte
Tajani solleva anche il tema delle dimensioni degli istituti. Chiede di salvaguardare «la specificità delle banche di prossimità, banche di credito cooperativo e banche popolari», perché «sono quelle che erogano prestiti ai piccoli imprenditori e alle famiglie».
«Io insisterò, credo di trovare ascolto anche nelle altre forze di governo», assicura, affinché gli interventi «non colpiscano in maniera forte» queste realtà. Il rischio evocato è che un meccanismo uniforme finisca per incidere anche sugli operatori più legati al credito locale.
Salvini e Giorgetti chiedono il contributo, Occhiuto propone di aumentare l’Ires
Dalla stessa area politica, il presidente della Calabria e vicesegretario di Forza Italia Roberto Occhiuto propone una strada diversa: «Sono chiaramente contrario a tassare il cosiddetto extraprofitto, perché nella dottrina liberale economica non esiste il concetto di extraprofitto.
Altra cosa è prevedere un aumento dell’Ires per le banche». Un ritocco dell’imposta sui redditi societari, insiste, sarebbe «assolutamente ragionevole «anche per le assicurazioni e le compagnie petrolifere, che hanno fatto dei profitti rilevanti».
Per Occhiuto, tuttavia, il problema è più ampio: «23 miliardi sono davvero pochi» e all’Italia servirebbe, con maggiore flessibilità europea, una manovra «da 40-45 miliardi» per far fronte al caro vita e alle difficoltà di agricoltori e autotrasportatori.
La posizione della Lega è più netta. Matteo Salvini aveva auspicato un contributo «volontario, gioioso e spontaneo di almeno 5 miliardi», da ottenere «con un confronto positivo e costruttivo», inizialmente «senza mettere una norma».
Poi, replicando alle proteste dell’Abi, ha definito la richiesta «un intervento di assoluto buonsenso». A sostegno cita utili bancari di 47,5 miliardi nel 2025 e profitti attesi sopra i 50 miliardi nel 2026: «I numeri, buon per loro, raccontano l’esatto contrario» di un settore penalizzato.
Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, evidenzia l’obiettivo: «Confermo che sarà chiesto un contributo al sistema finanziario perché riteniamo possa sostenerlo». Il prelievo, promette, sarà «sostenibile»: «Non credo che morirà nessuno». Il titolare del Mef sottolinea inoltre come la riduzione dello spread sia nell’interesse delle banche, considerata la quantità di titoli di Stato nei loro bilanci.
Abi e Intesa Sanpaolo contro il governo: «Gli accordi triennali si mantengono»
Dal mondo bancario, naturalmente, arrivano le resistenze più forti. Il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, ricorda che «c’è già un accordo triennale» e che «gli accordi si mantengono».
Di fronte alla nuova richiesta ribatte: «Nella Costituzione non c’è scritto che alcuni debbono essere mazzolati». Il vicedirettore generale vicario dell’associazione, Gianfranco Torriero, precisa che «la manovra è assolutamente non concordata» e richiama gli oltre 10 miliardi di misure già convenute con il governo per il triennio.
Anche Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, contesta il cambio di rotta: «Non c’è un solo settore che deve pagare in un momento di difficoltà». Ricorda che l’accordo sottoscritto con il governo era triennale e aggiunge: «Io ci ho creduto».
Secondo Messina, erano stati gli stessi interlocutori pubblici a chiedere tre anni anziché uno, per dare stabilità ai conti dello Stato e agli istituti. Una contestazione di metodo, oltre che di merito: il problema non è soltanto l’esborso, ma la tenuta di un’intesa appena sottoscritta.
Dopo il vertice di maggioranza a Palazzo Chigi, la trattativa resta quindi aperta. Sul tavolo circolano ipotesi di interventi fiscali e anticipazioni di gettito, ma nessuna ripartizione definitiva è stata annunciata.
E il nodo non è soltanto quanto le banche dovranno versare: quello che conta è se il governo riuscirà a conciliare l’esigenza di coperture immediate con la prevedibilità delle regole fiscali rivendicata dal settore.
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