Non è solo un problema di risorse ma del loro utilizzo e dell’informazione che le Regioni riescono a trasmettere sull’attuazione dei programmi di cura. È questa la fotografia scattata dalla Corte dei conti nella relazione su «L’attuazione delle misure finalizzate a ridurre le liste d’attesa» dalla quale emerge che nonostante lo Stato abbia destinato al contenimento del problema un ammontare significativo di risorse finanziarie, quantificabile complessivamente in diversi miliardi di euro, accompagnando gli interventi finanziari con una progressiva evoluzione del quadro normativo e programmatorio, non sempre si sono «prodotti risultati proporzionati in termini di prestazioni erogate e riduzione dei tempi».
Pesano «fattori organizzativi, gestionali e programmatori – emerge dal report della magistratura contabile – E nonostante il rafforzamento del quadro normativo e finanziario persistono difficoltà attuative, carenze di personale e differenze territoriali che limitano l’efficacia degli interventi».
Ecco cosa dicono i numeri: i dati Regione per Regione
Nel periodo 2022-2028, le risorse destinate al contenimento delle liste d’attesa ammontano a circa 3,71 miliardi di euro, mentre nel quadriennio 2022-2025, secondo i dati del ministero della Salute, a fronte di assegnazioni statali pari a circa 1,845 miliardi, ne sono stati utilizzati circa 1,58 miliardi mentre 90,8 milioni sono rimasti inutilizzati.
Questi dati però sono incompleti in quanto non tutte le Regioni hanno fornito le schede di rendicontazione. Nel 2023 risulta che solo sette enti (Emilia-Romagna, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Umbria, Veneto) hanno utilizzato tutte le risorse di competenza destinate alla riduzione delle liste di attesa, mentre 4 (Sardegna, Lazio, e le Provincie Autonome di Trento e Bolzano) non hanno finalizzato alcuna quota dello stanziamento statale. In particolare il Lazio, si legge nel report, «non ha finalizzato il finanziamento per il recupero delle liste 2023 in attesa di verificare la corretta compilazione delle liste d’attesa (al fine di verificare la necessarietà della finalizzazione).
I dati del 2024-2025: quanto sono state usate le risorse statali
In 5 regioni (Sardegna e Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Trento, Bolzano) le risorse stanziate non risultano utilizzate (100%). Nel 2024 sei enti (Campania, Emilia-Romagna, Lazio, Liguria, Puglia, Veneto) hanno usato la totalità delle risorse; per due Regioni (Sardegna e Provincia Autonoma di Trento), il totale delle risorse risulta inutilizzato; per Basilicata e Molise la percentuale di non utilizzo ha toccato rispettivamente il 44% e 41% mentre per il Friuli-Venezia Giulia è al 39%.
Nel 2025 la percentuale di utilizzo delle risorse statali è in risalita: Lazio, Toscana, Veneto, Lombardia, Emilia-Romagna, Liguria, Puglia al 100%, Friuli-Venezia Giulia e Valle d’Aosta nonché le PA di Bolzano e Trento non risultano ancora audite per i conti 2025; il Molise non ha utilizzato il 60% di risorse».
I tempi delle visite specialistiche
Nel report emerge che per la classe di priorità D, ovvero le visite specialistiche che devono essere erogate entro 30 giorni e gli esami strumentali entro 60 giorni ( visita cardiologica come il controllo dell’ipertensione, la visita neurologica per cefalee croniche, quella ortopedica e endocrinologia, ecografie, radiografie, RM e Tac, mammografia) nel 2024 sono state garantite entro i tempi nel 76,97% in Piemonte, nello 0,91% in Lombardia, nel 77,98% in Emilia Romagna, nel 95,19% nel Lazio, nel 92,84% nella Campania.
Le carenze del sistema e l’avvertimento della Corte dei conti
Le misure introdotte «dal dl 73 del 2024 delineano un nuovo modello di governance, fondato sul potenziamento dei sistemi di controllo, sulla digitalizzazione e sulla tempestiva disponibilità dei dati». Tale impianto, secondo la magistratura contabile, «potrebbe favorire un miglioramento strutturale del sistema, i cui effetti potranno essere valutati in modo compiuto solo dopo la piena attuazione degli interventi previsti».
Dalla Piattaforma nazionale delle liste d’attesa (Pnla), emergono «criticità nell’utilizzo regionale della classe di priorità “P” (programmata), differenze tra le date degli appuntamenti proposte e quelle accettate dai cittadini, nonché ritardi tra la prescrizione e il primo contatto con i Cup e divari tra le prescrizioni emesse e le prenotazioni registrate».
Pertanto anche in presenza di risorse finanziarie adeguate, queste non vengono utilizzate in pieno, a causa della carenza di personale, soprattutto specialistico. Ci sono 6,5 infermieri per mille abitanti contro una media europea di 8,4. Viene fatto rilevare che le liste e i tempi di attesa si riferiscono sia all’area dei ricoveri che a quella dell’accesso alle prestazioni ambulatoriali. Il fenomeno è collegato anche alla quantità della “domanda” prescrittiva (e sue dinamiche) rappresentata dalle prescrizioni effettuate da medici di medicina generale e dagli specialisti del SSN.
Di qui l’esigenza di completare la riforma dell’assistenza territoriale prevista dal Pnrr e «dal dm 77 del 2022», avverte la Corte, «per migliorare la presa in carico, ridurre la domanda impropria e alleggerire la pressione sulle strutture ospedaliere e sui servizi specialistici». Per la Corte, occorre anche «rendere più efficaci i meccanismi di responsabilizzazione, individuando con tempestività le inadempienze, applicando le sanzioni previste ed esercitando i poteri sostitutivi».
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