Con due modifiche la legge di Bilancio interviene sul meccanismo che determina gli adeguamenti retributivi di magistrati, avvocati e procuratori dello Stato, con l’obiettivo di renderli più aderenti alla realtà e contenerne l’impatto sui conti pubblici.
Dopo i pronunciamenti giudiziari che avevano bocciato i precedenti sistemi di calcolo, l’esecutivo ha deciso di rimettere mano all’intero meccanismo di indicizzazione che àncora le retribuzioni del comparto «legale» all’andamento stipendiale degli altri comparti del pubblico impiego.
Dopo le pronunce del Tar e del Consiglio di Stato che hanno annullato i conti precedenti, c’è comunque quasi un miliardo di euro da versare per gli adeguamenti retributivi riconosciuti dai giudici amministrativi. Una cifra che ha alimentato la polemica politica sui presunti privilegi economici delle toghe e la replica dell’Anm, che contestava la rappresentazione di un pagamento medio di circa 100.000 euro per ciascun magistrato. Conto a cui si arrivava dividendo i 979 milioni di euro previsti per i 10.638 magistrati in servizio nel 2018, anno dal quale decorrono gli effetti delle sentenze, vale a dire circa 92.000 euro a testa, importo contestato dalle toghe che hanno sottolineato che si tratta di un importo lordo su cui incidono tassazione e contributi previdenziali.
La premier Giorgia Meloni aveva annunciato, mentre i Tir bloccavano le strade del Sud, che non intendeva firmare il decreto che prevedeva quel pagamento, rimettendo al Consiglio di Stato l’eventuale nomina di un commissario.
La media ponderata per calcolare gli aumenti
Nel frattempo è la manovra a riscrivere il meccanismo, prevedendo una stretta nell’articolo 67 sugli incrementi che scatteranno dal 2027. Il primo cambiamento interessa il metodo utilizzato dall’Istat per calcolare gli aumenti medi degli stipendi pubblici: al posto di un sistema che attribuisce lo stesso peso a tutte le categorie di dipendenti, sarà introdotta una «media ponderata» che terrà conto della consistenza numerica di ciascun gruppo.
In questo modo il calcolo risulterà proporzionato all’effettiva composizione della macchina statale, ridimensionando l’impatto dei settori numericamente marginali ma con retribuzioni medie più elevate.
Gli arretrati restano fuori dal calcolo
Il secondo paletto esclude dal conteggio le «componenti arretrate», ossia le somme una tantum corrisposte per i rinnovi contrattuali arrivati in ritardo. Una clausola vuole impedire che quegli importi, già recuperati dai lavoratori al momento della firma dei contratti collettivi, finiscano per essere conteggiati e riconosciuti una seconda volta nella base di calcolo dei futuri scatti economici per le toghe.
La disposizione entrerà in vigore una volta pubblicata la legge di Bilancio, in vista degli adeguamenti decorrenti dal 2027. «Ci riserviamo una valutazione nel merito dopo aver approfondito la norma», ha commentato il presidente dell’Anm Giuseppe Tango.
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