L’inflazione in Italia sale al 5,4% rispetto all’ottobre dell’anno scorso, un balzo dovuto soprattutto ai prezzi dell’energia, cresciuti del 31,4%. Sono saliti di più i prezzi energetici regolamentati (+59,5%) rispetto a quelli non regolamentati (+29,4%).

L’inflazione sui beni è salita al 7,5% contro il 2,9% dei servizi. Che sia l’energia a far decollare l’inflazione è certificato dal dato sull’indice generale dell’inflazione al netto degli energetici, che è contenuta in un +2,5%.

Nel paniere Istat gli energetici regolamentati sono soltanto l’energia elettrica e il gas di rete venduti alle condizioni di tutela fissate da Arera, cioè oggi il servizio di tutela per i clienti vulnerabili (anziani, disabili, famiglie in disagio economico) e, per il gas, le tariffe residuali di tutela.

Gli energetici non regolamentati comprendono tutto il resto, cioè l’energia elettrica e il gas di rete venduti sul mercato libero, i carburanti per autotrazione (benzina, gasolio, Gpl, metano per auto) e i combustibili per riscaldamento diversi dal gas di rete (gasolio da riscaldamento, Gpl in bombola o serbatoio, legna, pellet, carbone).

«Il rialzo dell’inflazione rende ancora più evidente l’importanza dei contratti di fornitura elettrica a prezzo fisso», ha dichiarato il presidente di Elettricità Futura, Salvatore Pinto, «che si confermano una efficace difesa per famiglie e imprese contro i rincari e che per questo vanno tutelati dalla tentazione di norme che nei fatti li ostacolerebbero».

All’origine dei rincari delle bollette

Il dettaglio Istat per i beni energetici è piuttosto netto. Su base annua l’elettricità in regime di tutela costa il 60,2% in più e il gas di rete in tutela il 56,8% in più, mentre nel mercato libero il gas segna +35,7% e l’elettricità +32,0%. Il che è normale perché le tariffe della tutela sono puramente indicizzate ai mercati all’ingrosso, mentre sul mercato libero esiste anche una parte di forniture a prezzi fissi che in media smorzano i rialzi.

L’indice dei prezzi dell’energia è assai più volatile dell’indice dei prezzi al consumo, che si adegua con un certo ritardo e proporzionalmente con un rapporto di circa 10 a 1. Dal primo novembre 2025 il prezzo del gas al Ttf è salito del 227%, il petrolio Brent dell’84%, i future sul gasolio europeo del 100%.

Dunque, è probabile che nei prossimi mesi il rialzo generalizzato dell’energia su questi livelli trascini con sé l’inflazione verso valori a due cifre. L’effetto sui portafogli delle famiglie potrebbe essere però anche peggiore, se consideriamo che i consumi energetici nella stagione invernale crescono per il riscaldamento.

Nel paniere Istat la spesa per abitazione, acqua, elettricità, gas e altri combustibili ha un peso fisso del 12% per tutto l’anno, anche se in realtà i consumi stagionali sono diversi. Le bollette di gennaio avranno quindi un peso molto maggiore dell’inflazione ufficiale sul portafoglio di spesa delle famiglie.

Inoltre, i costi dell’energia si trasmettono in parte anche ai beni alimentari non lavorati, che infatti l’Istat segnala a +7,5% rispetto ad un anno fa. L’indice generale dei prezzi al netto di energetici e alimentari freschi, la cosiddetta componente di fondo dell’inflazione, è infatti solo in lieve crescita a un dignitoso +2%.

Cosa è successo durante la (pessima) gestione Lagarde

Mentre in Bce si scaldano i motori per un rialzo dei tassi nella prossima riunione di dicembre, la presidente Christine Lagarde saluta tutti e annuncia che a febbraio cederà la poltrona più alta della Banca Centrale europea, lasciando dietro di sé un discreto cumulo di macerie testimoniato dai dati Eurostat.

Dal novembre 2019, quando Lagarde è entrata a Francoforte, i prezzi nell’area euro sono saliti di circa il 27%, mentre il rispetto dell’obiettivo del 2% annuo avrebbe comportato un aumento di circa il 14%. Lo scarto è di tredici punti e si è formato quasi interamente tra la fine del 2021 e il 2023, quando la curva dei prezzi si è staccata dal sentiero dell’obiettivo e non vi è più tornata, con una nuova accelerazione nel corso del 2026.

Dal lato del potere d’acquisto, un euro del novembre 2019 vale oggi circa 78 centesimi, contro gli 87 che avrebbe conservato se la Bce avesse rispettato il proprio mandato. Nessuno dei predecessori presenta un bilancio paragonabile.

Sotto Duisenberg e Trichet il livello dei prezzi ha seguito il sentiero del 2% con scostamenti di uno o due punti, sotto Draghi è rimasto al di sotto dell’obiettivo per tutti gli otto anni, con un’inflazione cumulata di circa il 9% a fronte del 17% previsto dall’obiettivo Bce. La presidenza Lagarde è l’unica in cui il mandato della stabilità dei prezzi è stato mancato per eccesso e in misura così ampia da equivalere, in sette anni, a quasi il doppio dell’inflazione obiettivo.

Il nodo dell’inflazione

Non che sia tutta colpa della Lagarde, va detto, considerato che il governo della moneta unica è per definizione una missione impossibile. Tassi di inflazione diversi tra i Paesi non possono essere ridotti utilizzando un tasso di interesse unico, come è evidente anche a uno studente di economia al primo anno di università.

L’euro per sua natura genera squilibri che non possono essere curati con la medicina che serve solo a qualcuno. L’unico modo per combattere l’inflazione, in queste condizioni, è fare le famose riforme, il che significa disoccupazione e recessione.

L’Europa deve innanzitutto risolvere il proprio problema energetico, evitando di insistere nelle soluzioni di Bruxelles che hanno messo in crisi tutto il Vecchio continente.

Il governo in carica ha per la prima volta a che fare con una robusta crescita dell’inflazione. Quando Giorgia Meloni diventò presidente del Consiglio l’inflazione era attorno all’11% e, nel corso del 2023, precipitò sotto il 2%, livello sotto il quale è rimasta fino al primo trimestre di quest’anno. Per la manovra 2027, che comincia ora il proprio iter in Parlamento, saranno due mesi accidentati.

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