Mentre l’Italia fatica tra guerre e rincari, c’è un settore del Paese che non sembra conoscere la virtù della ritirata: la cittadella giudiziaria. Se la scorsa settimana il dibattito pubblico si era infiammato per l’ormai celebre tesoretto da 970 milioni di euro destinato all’adeguamento degli stipendi degli 11.000 magistrati ordinari, oggi il fronte si allarga.
Con un tempismo che definire chirurgico è poco, si scopre che c’è un altro miliardo di euro pronto a essere iscritto sul registro delle rivendicazioni: quello sollevato con fermezza dai giudici onorari e di pace.
La notizia traccia un quadro quasi paradossale. I magistrati onorari, confortati da recenti pronunciamenti della Corte costituzionale (tra cui la sentenza 71 del maggio 2026), battono cassa chiedendo il riconoscimento retroattivo di ferie, previdenza e indennità di fine servizio accumulati in oltre trent’anni di attività. In questo scenario, il segretario nazionale della Confederazione giudici di pace, l’avvocato Luigi Vingiani, ha lamentato che la sua categoria «non può più essere considerata la Cenerentola della giustizia». Una fiaba commovente, che strappa un sorriso a denti stretti nell’Italia dei comuni mortali.
Per carità, la tutela dei diritti dei lavoratori è un principio cardine dello Stato democratico. Ma l’effetto ottico, in questa complessa sessione di bilancio, resta disarmante: da un lato dello schermo i cittadini che stringono la cinghia davanti al contatore del gas e della luce, dall’altro una richiesta combinata che sfiora i due miliardi di euro provenienti complessivamente dai diversi rami dell’albero della giustizia.
Lo scontro tra le toghe e il governo
A leggere i dettagli della querelle, emerge un curioso gioco di prestigio. Nelle scorse ore, i vertici dell’Associazione nazionale magistrati (Anm) si sono affrettati a smentire con sdegno la narrazione dei «maxi-bonus» da 100.000 euro per ciascuna toga ordinaria, parlando di cifre gonfiate e di una strumentale «gogna mediatica» (mentre nel frattempo Giorgia Meloni si è affrettata a chiarire che, in coscienza, non può mettere la sua firma su questi aumenti: «Io penso alle fasce deboli»).
Eppure, la matematica mantiene una sua inflessibile linearità. Come evidenziato dai calcoli tecnici, se si divide lo stanziamento complessivo di 970 milioni per la platea dei beneficiari, si ottiene un importo lordo pro capite che si aggira mediamente attorno agli 80.000-88.000 euro spalmati sui sei anni di arretrati dal 2018 al 2024. Dire che l’aumento è di «soli 12.000 euro l’anno» per derubricarlo a un’inezia significa giocare sull’equivoco tra il netto mensile e l’esborso lordo totale che lo Stato è chiamato, peraltro, a garantire stabilmente anche nei bilanci futuri.
La tensione ha travalicato il perimetro dei palazzi di giustizia per sfociare in scivoloni social: è il caso del sostituto procuratore di Roma, Alessandro Di Cicco, che in un post pubblico ha apostrofato la presidente del Consiglio con il dispregiativo di «nana borgatara», salvo poi cancellare il testo e attribuire la paternità dell’insulto a un fantomatico attacco hacker.
Ecco quanto guadagnano i magistrati
E dire che le retribuzioni di partenza dei magistrati italiani non figurano esattamente tra le tabelle minime del pubblico impiego. I dati ufficiali della Ragioneria generale dello Stato certificano che in questi uffici la cinghia non ha proprio bisogno di essere stretta. Parliamo di emolumenti medi annui che farebbero sgranare gli occhi a qualunque altro dipendente pubblico: la magistratura ordinaria viaggia su una media di 154.000 euro lordi all’anno distribuiti su 13 mensilità (circa 11.800 euro al mese), tallonata da quella militare a quota 152.000 euro (11.600 euro mensili). Salendo i gradini dell’architettura contabile e amministrativa, i numeri diventano ancora più generosi: la magistratura contabile si attesta sui 174.300 euro (13.400 euro al mese), mentre quella amministrativa tocca i 188.500 euro (14.500 euro mensili), quasi in perfetta parità con l’Avvocatura dello Stato che si posiziona sui 189.500 euro annuali. In vetta alla classifica svetta, infine, la magistratura tributaria, con una media di ben 201.000 euro all’anno (pari a circa 15.400 euro al mese).
Nessuno mette in discussione la delicatezza, la responsabilità e l’altissimo valore civile della funzione giudiziaria, che anzi merita di essere remunerata in modo consono alla sua centralità costituzionale e in conformità con i meccanismi automatici istituiti per preservarne l’indipendenza. Ciò che stride è la perentorietà con cui vengono reclamati questi passaggi contabili in un momento storico in cui la solidarietà sociale imporrebbe prudenza.
Mentre le partite Iva affrontano le scadenze fiscali e i lavoratori dipendenti sperano in un taglio del cuneo da poche decine di euro al mese, i due fronti della magistratura – quella ordinaria e quella onoraria – avanzano uniti dal comune denominatore del miliardo di euro. La giustizia sarà anche cieca, ma quando si tratta di far di conto dimostra una vista straordinariamente acuta.
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