Un milione di immigrati vive assistito in Italia. Con fondi europei e nazionali. Un giro d’affari di circa 4,5 miliardi che coinvolge 1.000 organizzazioni, che danno da lavorare a circa 42.000 persone. E poi dicono che i migranti non sono un business…

Il rapporto 2025 del Registro delle associazioni e degli enti che operano a favore dei cittadini stranieri, pubblicato dal ministero del Lavoro e delle Politiche sociali in questi giorni, fotografa un settore che non si limita al volontariato, anzi, ma che ha una struttura organizzativa e occupazionale di tutto rispetto. Che campa appunto grazie agli sbarchi, all’accoglienza e alla lotta contro le espulsioni.

Il sistema è reticolare e conta su due anime. La Prima Sezione comprende le organizzazioni impegnate nell’integrazione sociale dei cittadini stranieri: corsi di italiano, formazione professionale, orientamento al lavoro, sostegno scolastico, mediazione culturale e assistenza.

È la parte più ampia, con 822 enti e 3.766 progetti realizzati nel 2025. La Seconda Sezione, composta da 180 enti, si occupa invece di un’attività specifica: protezione e assistenza delle vittime di tratta, violenza e grave sfruttamento.

Qui i progetti sono stati 444. Il primo dato che salta agli occhi è quello dei beneficiari. Nella Prima Sezione si supera il milione, nella Seconda si sfiorano i 45.000. Sommando le due rilevazioni si arriva a oltre 1,04 milioni di beneficiari dichiarati.

Non significa necessariamente un milione di persone diverse: uno stesso individuo può essere seguito da più enti o partecipare a diversi progetti. Ma la dimensione dell’attività resta evidente. Nella Prima Sezione il 72% dei beneficiari è costituito da cittadini extra-Ue, mentre nella Seconda la percentuale sale all’80,4%. Tra le nazionalità più rappresentate figurano Marocco, Bangladesh, Egitto, Romania e Pakistan.

Nella Seconda Sezione spiccano Bangladesh e Nigeria. Il rapporto segnala inoltre circa 8.500 cittadini ucraini ospitati nel 2025 attraverso Cas, sistema Sai e accoglienza diffusa. Complessivamente, la categoria più numerosa di assistiti è quella dei richiedenti asilo, rifugiati e persone in protezione umanitaria o temporanea: più o meno il 20%.

«Sul fronte del benessere», c’è proprio scritto così nel rapporto del ministero, «è garantita l’assistenza sanitaria e il sostegno psicologico, con orientamento e accompagnamento ai presidi sanitari, supporto per l’iscrizione al Servizio sanitario nazionale, check-up medici e colloqui psicologici continuativi per la rielaborazione dei traumi e il recupero del benessere.

Per favorire l’autonomia, si promuovono istruzione, alfabetizzazione, formazione professionale, orientamento, inserimento lavorativo ed empowerment. Questo include corsi di alfabetizzazione linguistica, supporto all’inserimento scolastico, sessioni informative sui diritti lavorativi, percorsi tecnici e abilitanti, moduli formativi esperienziali e assistenza per l’iscrizione al Centro per l’Impiego, con l’obiettivo di favorire l’ingresso nel mondo del lavoro attraverso tirocini e programmi specifici».

Tipo: «Redazione di curriculum, assistenza per il riconoscimento dei titoli di studio e servizi per l’accompagnamento al lavoro attraverso l’attivazione di percorsi di tirocinio, apprendistato, stage e borse lavoro», prosegue il report.

«Per l’autonomia abitativa e la mobilità sostenibile, gli enti supportano la ricerca di soluzioni abitative autonome, erogano contributi economici per spese di locazione e arredi, organizzano trasporti sociali e forniscono mezzi di trasporto autonomi».

Ma l’aiuto non finisce qui. «Per quanto riguarda i servizi offerti dalle associazioni del Registro, nell’ambito assistenza amministrativa/legale, gli utenti possono reperire servizi di orientamento, consulenza e assistenza, per il rinnovo del permesso di soggiorno, per il ricongiungimento familiare, per la richiesta della protezione internazionale e per la richiesta della cittadinanza».

Tutto bello, ma chi paga? Soprattutto le istituzioni pubbliche.

Nella Prima Sezione il 45,2% delle risorse arriva da fondi europei e il 42,3% da finanziamenti pubblici nazionali. Insieme fanno l’87,5%. Gli enti locali contribuiscono per il 10,7%, mentre le Regioni si fermano allo 0,7%. Privati e autofinanziamento pesano appena l’1,1% complessivo.

Nella Seconda Sezione il ruolo dello Stato è ancora più marcato: l’84,1% delle risorse arriva dai finanziamenti pubblici nazionali. Seguono le Regioni con il 7,9%, gli enti locali con il 3,8% e l’Unione europea con il 3,6%.

Anche qui donazioni e autofinanziamento sono marginali. Tradotto: questo comparto dipende in larga misura da bandi, programmi istituzionali e trasferimenti pubblici. Risorse sottratte al welfare dei cittadini italiani per alimentare il sistema della «porte aperte».

Ed eccoci al capitolo più interessante: quanto valgono i progetti?

Il ministero non dà il totale però indica un finanziamento medio superiore al milione di euro per quelli della Prima Sezione e superiore a 1,8 milioni per quelli della Seconda.

Proviamo allora a fare un calcolo, utilizzando i valori medi indicati nel rapporto. I 3.766 progetti della Prima Sezione, moltiplicati per un milione di euro, portano a oltre 3,766 miliardi. I 444 progetti della Seconda, moltiplicati per 1,8 milioni, aggiungono altri 799,2 milioni. Totale: oltre 4,565 miliardi di euro. Una cifra imponente. Che serve anche a pagare numerosi stipendi.

Nel dettaglio parliamo di circa 39.000 persone retribuite nella Prima Sezione e quasi 3.500 nella Seconda.

In totale si supera quota 42.000 tra dipendenti e collaboratori. A queste persone si aggiungono volontari ed esperti esterni. Le professioni coinvolte sono le più diverse: operatori sociali, mediatori culturali, educatori, psicologi, avvocati, formatori, coordinatori di progetto e personale amministrativo.

La cooperativa sociale è la forma giuridica più diffusa: rappresenta circa il 48% degli enti della Prima Sezione e il 43% di quelli della Seconda.

Non siamo dunque di fronte soltanto a piccole associazioni di volontariato, ma a una rete organizzata, con personale, sedi operative e collaborazioni tra soggetti diversi. La famosa rete dell’accoglienza. Una rete miliardaria. Una rete che tifa migranti per difendere il proprio stipendio.

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