- Dal 1° gennaio è diventato più rischioso sgarrare su debiti e saldi negativi. Mentre i tassi sottozero spingono le banche a giocare (a volte con furbizia) con canoni e spese. Sono allo studio nuove commissioni sui prelievi.
- La vigilanza unica, i salvataggi a spese dei clienti, ora pure la tagliola per i crediti non garantiti: dall’Ue una raffica di «bombe atomiche» sugli istituti italiani.
- L’avvocato di Federconsumatori, Antonella Nanna: «Occhio, i prodotti gratis non esistono. Mai firmare moduli senza leggerli tutti. E pretendere comunque trasparenza nelle informazioni».
Lo speciale contiene tre articoli.
I correntisti italiani nel 2021 faranno bene a tenere le antenne alzate. La pandemia e il costo del denaro da tempo con il segno meno hanno spinto le banche a rimescolare le carte del settore. Innanzitutto, dal primo gennaio è entrato in vigore il regolamento Eba (autorità bancaria europea) relativo alle regole sui requisiti di capitale. Servirà più attenzione, dunque. Con l’inizio di quest’anno, gli intermediari dovranno classificare la solvibilità dei correntisti. Secondo le nuove regole, il cliente privato che per tre mesi andrà in rosso per almeno 100 euro (500 per le imprese) e che, allo stesso tempo, avrà pagamenti arretrati – sempre per più di 90 giorni – in misura pari all’1% del suo debito, sarà considerato cattivo pagatore e gli verrà di fatto congelato il conto, bloccando automaticamente tutti gli addebiti diretti come bollette, rate del mutuo o di finanziamenti.
Come ha precisato Bankitalia, però, il fatto che un debitore sia classificato in default secondo la nuova definizione, non significa che verrà automaticamente ritenuto «in sofferenza» e quindi segnalato alla Centrale rischi: la segnalazione in questi casi avviene solo quando si ritiene che il correntista abbia gravi difficoltà, non di certo solo temporanee ma di lunga durata. Sebbene, dunque, le nuove norme non dovrebbero rappresentare un vero problema per la maggior parte dei risparmiatori, è pur sempre vero che si tratta di una stretta grazie a cui ora i correntisti possono «sgarrare» molto meno di prima.
Con il costo del denaro caratterizzato da tempo dal segno meno, poi, i depositi sono diventati sempre meno redditizi per gli istituti bancari. Così molti correntisti si sono visti, più o meno consapevolmente, aumentare i costi del servizio. Così, negli ultimi anni, le spese fisse per i conti sono aumentate senza sosta. Secondo uno studio di Truenumbers.it partito da una indagine condotta dalla Banca d’Italia su 12.705 conti e 900 conti postali, non ci sono dubbi: i costi del conto corrente bancario sono in crescita senza sosta dal 2017. In particolare, sono aumentate le spese fisse, che nel caso dei conti correnti bancari erano in media di 52,3 euro nel 2017, per poi salire a quota 55 nel 2018 e 57 nel 2019. Lo stesso è avvenuto con i conti correnti postali, anche se qui gli incrementi sono stati meno netti: si è passati da un costo fisso medio di 36,4 euro nel 2017 a uno di 38,1 nel 2018 fino ai 38,6 euro del 2019. Il conto a zero spese, insomma, è solo uno specchietto per le allodole. Le banche, per fare ricavi, si affidano sempre di più al canone annuo da far pagare ai correntisti. Nel 2018 il suo costo medio era di 47,8 euro, valore aumentato l’anno successivo a 48,9 euro. Nel 2017 il valore medio era di 42,7 euro, il che significa che il balzo in avanti dei costi quell’anno è stato particolarmente sostanzioso. Che la tendenza sia quella di far pagare i correntisti lo si intuisce dalla percentuale di persone obbligate a sobbarcarsi un canone base per avere un conto: dal 2017 la quota è salita dal 66 al 69%.
Non va poi dimenticato il problema delle commissioni interbancarie. Se oggi sono le banche presso cui abbiamo il conto a far pagare le spese a chi preleva contanti da un bancomat fuori circuito, in futuro potrebbero essere gli istituti terzi a decidere le commissioni da addebitare. Gli istituti bancari stanno infatti pensando di applicare un costo diretto sul conto al momento del prelievo, dando vita a un vero e proprio mercato delle commissioni. Oggi, invece, in molti casi il prelievo da un istituto diverso da quello su cui abbiamo il conto è gratuito per il risparmiatore o, per lo meno, è previsto un numero limitato di operazioni a costo zero. Nel nuovo scenario, prima di effettuare il prelievo il correntista riceverebbe un avviso con i costi totali da sostenere, e solo dopo aver confermato potrebbe procedere all’operazione. Lo scopo sarebbe invogliare le persone a utilizzare metodi di pagamento elettronico, disincentivando l’uso del contante.
Altra questione cruciale è la trasparenza nelle comunicazioni. Secondo la legge, le variazioni contrattuali (come, ad esempio, l’aumento delle commissioni o anche nuovi costi) devono essere solo comunicate al cliente e non firmate da quest’ultimo. Diversamente, il risparmiatore ha facoltà di cambiare conto e abbandonare l’istituto bancario. Per evitare che ciò accada, le comunicazioni di questo genere possono avvenire anche in modi poco trasparenti, come la spedizione delle comunicazioni per posta ordinaria, l’invio di notifiche tramite app o di messaggini sul telefono. Le banche meno trasparenti sperano così di far passare sottotraccia alcune notizie spiacevoli per i clienti, nella speranza che questi non se ne accorgano. Il consiglio in questo caso è prestare la massima attenzione alle comunicazioni, spesso compilate in un complicato e incomprensibile «banchese», chiedendo sin da subito dove queste vengano inviate.
Da ultimo, è bene controllare sempre l’estratto conto minuziosamente: i costi nascosti, purtroppo, sono sempre dietro l’angolo.
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