Agli 1,8 già gestiti dalla controllata di Cassa depositi e prestiti dedicata al venture capital se ne aggiungeranno altri 3,5 entro il 2024. Scannapieco: «L’Italia non sia il Paese del declino felice, ma una nazione dinamica».

Creare un ecosistema favorevole alle start up innovative è fondamentale per l’economia del Paese. Ma una delle sfide più difficili per i nuovi imprenditori è quella di trovare risorse per crescere. Proprio con questo obiettivo, nel gennaio 2020 è nata Cdp venture capital, partecipata al 70% da Cdp equity e al 30% da Invitalia e guidata dall’ad Enrico Resmini, che ha annunciato i suoi nuovi traguardi: entro il 2024 la Sgr (società di gestione del risparmio) avrà 5,3 miliardi di capitali in gestione, contro gli 1,8 attuali, con investimenti in fondi di venture capital e programmi di accelerazione. I 3,5 miliardi in più arriveranno da Patrimonio rilancio (2 miliardi), Pnrr (550 milioni) e da altri investitori (1 miliardo). Di queste nuove risorse, 1,5 miliardi saranno usati «per potenziare l’infrastruttura indiretta del venture capital», 1 miliardo per per presidiare le fasi di growth e late stage e 1 miliardo verrà impiegato per settori strategici come l’aerospazio.

«Il venture capital (investimento istituzionale in capitale di rischio di aziende in fase di start up, ndr) sta dando in Italia segnali importanti di vitalità, ma è un mercato ancora molto meno maturo e più frammentato di quello europeo», ha detto Dario Scannapieco, ad di Cdp, tanto che il nostro Paese è ancora «fuori dalla top ten europea» in termini di investimenti in start up, pur «avendo raddoppiato i volumi rispetto al 2020». Infatti «oggi siamo ancora indietro rispetto a Francia e Germania sugli investimenti in capitale di rischio. Ma sappiamo che si può recuperare». Scannapieco ha aggiunto: «Dobbiamo aumentare il numero degli operatori, rafforzare la dimensione dei soggetti già attivi e dobbiamo sprovincializzarci, facendo in modo che ci siano più Sgr e operatori esteri», perché «c’è un dinamismo imprenditoriale che va sostenuto».

Al momento, ha spiegato Resmini, Cdp venture capital vanta «nove team di investimento. Siamo arrivati a 938 milioni di investimenti deliberati e a 22 fondi di venture capital finanziati da Cdp, ma gestiti da terzi. Il 65% di questi fondi sono nuove Sgr che hanno deciso di avviare attività in questo settore, con un “effetto leva” di 2,7 euro per ogni euro messo da Cdp».

«La nostra azione», ha aggiunto Resmini, «è su tutto il ciclo vita della start up. Dall’idea alla quotazione» sul modello della Francia, che oggi investe in start up lo 0,48% del Pil (la Germania lo 0,53%) contro il nostro 0,07%. L’accelerazione nel nostro Paese è già in corso. Nel biennio 2020/2021 la dimensione media degli investimenti è cresciuta dal 140%, con oltre 2.000 start up nate durante la pandemia. L’impegno di Cdp venture capital è a tutto tondo, tanto che il gruppo ha anche lanciato 18 programmi di accelerazione e creato cinque poli di trasferimento tecnologico. In totale sono 250 le start up in cui il gruppo ha investito in maniera diretta. «L’Italia è povera di materie prime, la capacità di riusarle più volte diventa importante», ha sottolineato Andrea Montanino, direttore strategie settoriali e impatto di Cdp, «Ma la sfida della crescita sostenibile è anche l’aumento della produttività. Il venture capital è un formidabile contributore alla crescita della produttività, permette alle idee di diventare aziende. Siamo l’ottava nazione al mondo per pubblicazioni scientifiche, c’è tanta ricerca che non diventa azienda».

Da qui al 2025, ci sono due scenari possibili. Il primo, più conservativo, prevede che gli investimenti diretti di venture capital in Italia arrivino complessivamente a 4 miliardi. Mentre il secondo prevede un’accelerazione che porti gli investimenti cumulativi a 9 miliardi nei prossimi tre anni.

Scannapieco ha concluso ricordando: «C’è qualità, c’è industria e ci sono imprenditori in grado di mettersi in gioco e farsi valere. L’Italia non è il Paese del declino felice, ma una nazione dinamica».

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