L’intricatissimo risiko partito ormai un mese fa, a seguito della decisione del governo di innalzare il deficit al 2,4% sul Pil, si è arricchito di un’altra, importante mossa. Nella tarda serata di ieri (le comunicazioni «price sensitive» vanno sempre date a mercati chiusi) l’agenzia Standar & Poor’s ha emesso il suo verdetto sul rating del debito pubblico italiano. Nessuna particolare sopresa, a dire il vero. La decisione di lasciare invariato il giudizio complessivo (la «tripla B») e peggiorare l’outlook (cioè la previsione per il futuro) da «stabile» a «negativo» era ampiamente prevista. L’agenzia ha comunque avvisato che, nel medio termine, il donwgrade potrebbe arrivare se l’economia reale dovesse divergere significativamente dalle stime contenute nel report.

È la stessa S&P a spiegare i perché di questa scelta nel comunicato che accompagna il giudizio. «A nostro avviso le scelte del governo italiano», esordisce l’agenzia di rating, «stanno pesando sulle prospettive di crescita economica del Paese, un punto critico capace di influenzare a sua volta la traiettoria del debito pubblico/Pil». Le stime dei principali indicatori economici, pertanto, vengono riviste tutte in peggioramento. Il rapporto deficit/Pil viene stimato al 2,7% per il 2019 (contro il 2,4% del governo) e ciò, secondo S&P, impedirà la discesa del debito pubblico, il cui valore dovrebbe attestarsi nel prossimo futuro intorno al 128,5%. Le previsioni di crescita del Pil sono riviste al ribasso, all’1,1% contro l’1,4% stimato in precedenza.

Un grosso problema, secondo l’agenzia di rating, è rappresentato dalle banche e dal pericolo che un’eventuale crisi dello spread influisca sul settore degli investimenti privati. La politica economica e fiscale del governo sta erodendo la fiducia degli investitori, prova ne è l’aumento dei rendimenti del debito pubblico, e ciò si ripercuote sull’accesso degli istituti di credito al mercato dei capitali. «Ulteriori aumenti del rendimento dei crediti bancari nei confronti dello Stato», si legge, «potrebbero ridurre la capacità delle banche di finanziare l’economia italiana». Ma è la manovra nel suo complesso a non convincere. Nel mirino, in particolare, due dei capisaldi della manovra: la riforma del sistema pensionistico (accusata di mettere a rischio i conti) e il reddito di cittadinanza (potrebbe disincentivare chi cerca lavoro).

Il peggioramento dell’outlook da parte di S&P segue di una settimana, come ben noto, il declassamento del nostro debito sovrano a un gradino dal livello junk («spazzatura») operato da Moody’s. La decisione, di per sé, non ha altro effetto se non quello di mettere ulteriore pressione sull’esecutivo per convincerlo a tornare indietro sui suoi passi. La palla, ora, torna alla politica e al «buon senso» auspicato da Mario Draghi nella conferenza stampa svoltasi giovedì. Considerate le reazioni di Matteo Salvini (quello delle agenzie «è un film già visto», ha scritto ieri sera su Facebook) e Luigi Di Maio («Andiamo avanti! Il cambiamento sta arrivando») c’è da scommettere, però, che la partita sarà ancora lunga.

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