Mps, pure Benetton aderirà all’offerta di Intesa
Ansa

Prima Delfin, adesso Benetton. L’Opas di Intesa Sanpaolo su Mps continua a raccogliere consensi tra i grandi azionisti e per Luigi Lovaglio la difesa si fa ogni giorno più complicata. Dopo il sostegno della holding degli eredi Del Vecchio, primo socio di Mps con il 17,5%, arriva infatti anche quello di Edizione, la holding della famiglia Benetton, che ha deciso di consegnare all’offerta l’1,45% detenuto nel Monte dei Paschi.

«Intesa è una delle principali istituzioni finanziarie private italiane ed europee», ha spiegato Alessandro Benetton, presidente di Edizione. «L’Opas promossa su Mps può creare valore sia per la banca senese, sia per i suoi azionisti».

Come prosegue il risiko bancario italiano

Una scelta che porterà Edizione a diventare azionista stabile di Intesa e che, soprattutto, aggiunge un altro tassello alla costruzione della banca che Messina vuole portare al traguardo. Il punto è proprio questo: mentre Mps cerca ancora una via d’uscita, Intesa sta trasformando progressivamente la sua offerta in una corsa sempre più difficile da fermare. Ha ritoccato i termini dell’operazione, l’ha legata alla bocciatura delle Ops su Banco Bpm e Banca Generali, ha incassato il sostegno di Delfin e ora quello dei Benetton.

Anche Caltagirone appare da tempo orientato positivamente verso Intesa. D’altronde la conferma di Lovaglio all’assemblea di primavera era avvenuta battendo la lista appoggiata dal costruttore romano. Difficile che abbia cambiato idea.

Le carte in tavola per Tortora, Lovaglio e Messina

Anche la famiglia Tortora massimo sponsor dell’attuale amministratore delegato avrebbe manifestato la disponibilità ad aderire all’offerta di Intesa. Lovaglio, però, continua a lavorare con i suoi advisor a un’alternativa. Si guarda a un possibile cavaliere bianco, ipotesi che il mercato fatica a prendere sul serio, e soprattutto si ragiona sulla possibilità di aumentare la distribuzione di capitale agli azionisti.

Sul tavolo ci sono circa 4 miliardi di euro di dividendi promessi, con la possibilità di utilizzare in maniera più aggressiva anche la partecipazione del 13,3% in Generali. È una carta pesante, ma non necessariamente vincente. Perché distribuire agli azionisti capitale già presente nella banca non significa creare nuovo valore. Significa trasformare un pezzo del patrimonio in contanti. L’ultima parola sarà della Bce.

Intanto Carlo Messina va avanti. Ha concluso il buyback acquistando l’1,98% del capitale, per un controvalore complessivo di quasi 2,3 miliardi pari a un prezzo medio di 6,5636 euro.

Da non perdere