pensioni
Ursula von der Leyen (Getty Images)

Presentato venerdì sera dal governo, ieri è uscito. Oltre 150 pagine di numeri, stime, ricalcoli nel Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp) 2026. Il mondo è cambiato negli ultimi mesi. Per dire: il Brent nel 2025 era stimato a 69 dollari al barile mentre ora siamo a 89. Per tornare alle quotazioni dello scorso anno bisognerà attendere il 2029. Ecco perché il governo ha chiesto due clausole di salvaguardia alla Ue.

Una per l’energia, green, e una per la difesa. In tutto 29 miliardi in due anni di scostamento di bilancio, cioè più deficit che però non viene conteggiato negli astrusi calcoli di Bruxelles. Circa 14,4 miliardi il prossimo anno sarebbero destinati agli interventi sulla transizione, tra investimenti nelle fonti rinnovabili e misure per incentivare l’utilizzo del trasporto pubblico da parte degli studenti.

Sul fronte riarmo, sono invece previsti interventi sul personale e sugli investimenti, in linea con gli impegni assunti in ambito Nato. Soldi che non metteranno certo il turbo al Pil.

Il documento indica per il 2026 una crescita dell’1%, mentre il rapporto deficit/Pil è previsto al 2,9%. Per gli anni successivi la crescita programmatica è stimata allo 0,8% nel 2027, allo 0,9% nel 2028 e allo 0,8% nel 2029.

In compenso la pressione fiscale è stimata al 43% nel 2026, in lieve aumento dello 0,1% rispetto all’anno precedente, «con un contributo determinante fornito dagli sforzi volti a contrastare l’evasione fiscale, anche attraverso la promozione della tax compliance (quando si convince un soggetto a versare, ndr)».

Le entrate tributarie cresceranno in linea con il Pil nominale, sostenute in particolare dalle imposte indirette e dall’aumento del gettito Iva. Però non sarà solo il Fisco a fare festa nei prossimi anni. Il governo individua alcuni elementi favorevoli: tra questi, la prospettiva di uscire nel 2027 dalla procedura europea per disavanzo eccessivo e una fase positiva del mercato del lavoro.

Secondo il documento, l’aumento dei passaggi dall’inattività alla ricerca di lavoro e all’occupazione indica un rafforzamento della partecipazione.

Non c’è da abbattersi ma non aspettiamoci dunque una manovra elettorale con soldi a pioggia. Serve prudenza, predica Giancarlo Giorgetti.

Prudenza perché la vera partita, economica e politica, si gioca sulle pensioni. Il Dpfp segnala infatti un impatto dell’inflazione sulla spesa pubblica, in particolare sulla spesa pensionistica e sugli interessi sul debito.

L’esborso previdenziale salirà da 351,8 miliardi nel 2026 a 366,5 nel 2027: 14,7 miliardi in più, si legge nel Documento programmatico di finanza pubblica. Si tratta appunto dell’effetto, con un anno di ritardo, di un carovita che a settembre ha toccato il 4,2% annuo secondo la stima preliminare Istat, trainata dai prezzi dell’energia.

Numeri grossi. Il governo vuole che Bruxelles ne tenga conto nel calcolo del tetto di spesa. Le pensioni si adeguano per legge all’indice dei prezzi per le famiglie di operai e impiegati, al netto dei tabacchi: rivalutazione piena fino a quattro volte il minimo Inps, al 90% per la quota tra quattro e cinque volte e al 75% oltre.

Il tasso del 1° gennaio si calcola sui dati di novembre e gli scostamenti si conguagliano l’anno dopo. Per questo il conto arriva nel 2027. Dopo i 14,7 miliardi in più di quell’anno, il Dpfp prevede altri 11,9 miliardi nel 2028 e 10,2 nel 2029, quando la spesa raggiungerà 388,7 miliardi, 36,9 più del 2026.

Il problema è appunto il tetto. Il limite europeo alla crescita della spesa netta nel 2027 è dell’1,9%, ed è espresso in termini nominali: fu fissato quando si ipotizzava un’inflazione molto più bassa.

Il Dpfp prevede di rispettarlo al netto della clausola nazionale di salvaguardia, ma lo scenario tendenziale è già al 2,1% e le pensioni crescono del 4,2%, quindi il costo extra va compensato altrove.

Da qui la lettera di Giorgia Meloni a Ursula von der Leyen, inviata tre giorni fa, nella quale si chiede flessibilità ricordando che petrolio e gas in euro sono saliti di quasi dell’80% e del 156% da inizio anno, e sostenendo che il tetto nominale non coglie un’inflazione di molto superiore alle proiezioni.

In pratica, il governo chiede che questo aggravio legato ai prezzi non venga conteggiato nei famosi parametri. Ma se dalla Ue non dovesse arrivare il via libera alla maggiore flessibilità? Che succede? Si potrebbe decidere di introdurre un meccanismo di rivalutazione meno favorevole rispetto a quello ordinario?

La risposta di Bruxelles è stata fredda finora. La Commissione ha ricordato di aver già esteso la clausola dalla difesa all’energia, con una deviazione possibile dello 0,6% del Pil dal febbraio 2026 a fine 2028, aggiungendo però che la lettera sarà esaminata.

A novembre. Una specialità, quella della Commissione, è sempre perdere e prendere tempo… d’altronde a Ursula, ai suoi colleghi e alla moltitudine di funzionari europei non interessano queste cose. L’universo Ue gode della rivalutazione automatica degli stipendi e delle pensioni. Alla faccia nostra.

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