Certificati cartacei di Titoli di Stato italiani e BTP Valore con la dicitura "1000" e nastri colorati disposti uno sopra l'altro
Certificati di Titoli di Stato italiani e BTP Valore con nastro: il mercato dei BTP e dei rendimenti sovrani al centro dei movimenti dello spread (Ansa)

Secondo le regole della finanza i titoli di Stato sono il porto sicuro dove i capitali vanno a riposare. A cullarli è la certezza della cedola. Ora non è più così. Quel porto sembra la scialuppa del Titanic: tutti si spintonano per salire mentre i vecchi bond affondano. Un fuggi-fuggi generale che ha pochi precedenti.

A Piazza Affari metro più temuto, lo spread tra il nostro Btp e il Bund tedesco, ha fatto un balzo a quota 100 punti. Top dal maggio 2025. Perché? Perché i gestori stanno svuotando i portafogli come se i titoli di Stato scottassero? La risposta sta in un meccanismo spietato. Il mercato non è un’accademia di filosofi, ma una creatura col naso finissimo: ha fiutato il vento e ha capito che l’inflazione – rinfocolata dalle scintille geopolitiche tra Usa e Iran e dalle impennate del barile di petrolio – non darà tregua.

Kevin Warsh alla Fed e Christine Lagarde alla Bce si muovono sui tassi con il grilletto facile: il costo del denaro salirà ancora (le scommesse lo danno per certo al 72%). Allora entrano in funzione le calcolatrici. Che farsene di un vecchio bond comprato anni fa, con rendimenti magri e l’immagine ingiallita come le foto d’epoca? Meglio scaricarlo sul mercato facendo crollare il prezzo. Solo così sarà possibile fare spazio ai nuovi titoli che arriveranno domani, portando rendimenti molto più corposi. Una forma di rottamazione della carta pubblica.

Spread a 100, il mercato scarica i vecchi bond

L’epicentro di questo terremoto si trova però a Washington, dove vive una creatura mitologica spaventosa: 40.000 miliardi di dollari di debito Usa. Una voragine che inghiotte anche il buon senso. Per nutrire un mostro di queste dimensioni il Tesoro Usa deve vendere titoli a ritmi indefessi. Per convincere il mercato a comprare deve offrire tassi sempre più alti.

Questa bulimia americana sta agendo come un gigantesco aspirapolvere che prosciuga la liquidità mondiale. I Treasury Usa a 30 anni sono volati oltre il 5,61% (con picchi del 5,618%). Livelli che non si vedevano dal 2002, quando scoppiò la bolla delle dot-com e la finanza digitale finì al tappeto. Il decennale viaggia al 5,28%, svegliando i fantasmi del 2007, la vigilia del grande crac di Lehman Brothers.

Il debito Usa spinge in alto i Treasury

E l’Europa? In questo risiko del debito, il Btp è un gladiatore ferito ma in piedi. Il rendimento è balzato al 4,62% (massimo dall’ottobre 2023), mentre il Bund tedesco se ne sta tranquillo in poltrona a guardare la rissa al 3,63%.

Se l’Italia trema, la Francia è in terapia intensiva. L’Oat decennale è letteralmente esploso al 4,81%, toccando i massimi da 18 anni. La grandeur di Parigi è andata in frantumi, con uno spread sulla Germania che naviga sui 120 punti. Oggi sono considerati più vulnerabili degli italiani.

Francia, Btp e Borse sotto pressione

Nel frattempo, l’America reale viaggia sulle montagne russe senza cinture di sicurezza: la fiducia dei consumatori americani è colata a picco, finendo ai minimi dal 2014. Il costo della vita morde le caviglie. Lo shopping non è più una festa ma un percorso a ostacoli.

In mezzo a questo ballo sul Titanic, è arrivato il ruggito di Bill Ackman. Il re degli hedge fund, che quando parla fa tremare le Borse. Con un post su X, ha praticamente dato del dilettante al nuovo residente della Federal Reserve, spiegando che sta sparando a salve.

La sua tesi è un concentrato di pragmatismo: la Fed si illude se pensa di raffreddare l’economia alzando i tassi. I colossi tech non smetteranno di indebitarsi per pompare miliardi sull’Intelligenza artificiale. Il motivo? Semplice: i profitti promessi dai robot e dagli algoritmi sono talmente stratosferici che pagare un finanziamento un po’ più caro diventa un dettaglio irrilevante. Una mancia al cameriere.

Ma il mercato non legge i tweet di Ackman per consolarsi: continua a scappare, spingendo i rendimenti verso l’alto come razzi impazziti.

Le Borse guardano lo spettacolo con l’entusiasmo di chi è rimasto fuori dal cinema. Milano e Francoforte strappano un microscopico segno più (+0,1% e +0,3%), Londra e Parigi arretrano dello 0,2%, Wall Street arranca col Dow Jones a -0,5%.

La verità è che il temporaneo calo del petrolio è solo un’aspirina somministrata a un malato grave. Il messaggio che arriva dai monitor della finanza globale è ruvido: la benzina del debito è diventata un bene di lusso, e la tempesta perfetta ha appena iniziato a far sentire l’urlo del vento.

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