Tutti adesso a preoccuparsi dell’onda nera. In realtà in Italia l’onda nera c’è sempre stata e soprattutto si allarga sempre di più. No, non si tratta dell’estrema destra. Parliamo del nero. Dell’evasione. Che non riguarda, come dicono a sinistra, i professionisti, gli artigiani o i piccoli imprenditori.
No, qua siamo in presenza di un sistema perverso che riguarda milioni di persone. Decine di milioni di contribuenti che versano quasi niente di tasse, ricevono bonus pubblici e poi spendono come non mai, specie in giochi.
I dati del professor Brambilla sull’evasione fiscale
Chi mantiene tutta questa truffa legalizzata? Otto milioni di contribuenti che dichiarano da 35.000 euro lordi l’anno – all’incirca 2.000 euro netti al mese – e versano il 65% di tutta l’Irpef. Solo grazie a questi signori e signore, che non sono certo ricchi come vorrebbero farci credere Fratoianni o Landini, la sanità sta in piedi. Quella sanità pubblica per cui si batte tanto la Cgil ma che, se fosse per i suoi compagni mantenuti e protetti, avrebbe già chiuso da un tempo.
I numeri impietosi escono dall’ultimo Osservatorio itinerari previdenziali curato da Alberto Brambilla e presentato ieri al Cnel nel corso delle celebrazioni per l’ottantesimo anniversario Cida (la Confederazione italiana dirigenti e alte professionalità, ndr.). Dati che evidenziano l’insostenibilità del sogno italico di un welfare generoso che fa felici i furbi, non solo gli evasori. Detto male, un italiano su due vive a scrocco. Non ci credete? Iniziamo a capire chi e quanto paga di tasse.
I numeri dell’evasione fiscale
In Italia ci sono 42 milioni di contribuenti su 58 milioni di abitanti, ma quelli che versano almeno un euro sono poco più di 34,1 milioni. Questo significa che circa 24 milioni di italiani non versano nulla. Ma c’è poi differenza tra chi versa. Infatti i dichiaranti fino 7.500 euro lordi sono 7.968.832 e pagano in media 19 euro di Irpef annui, che salgono a 204 euro per i 7.426.239 dichiaranti con redditi tra 7.500 e 15.000 euro lordi.
A seguire la scomposizione mostra quindi 4,79 milioni di cittadini che dichiarano tra i 15.000 e i 20.000 euro l’anno e versano un’imposta media di 1.773 euro (che si riduce a 1.288 euro se rapporta al numero di abitanti): valore, per avere un ordine di confronto, ben al di sotto del costo pro capite della sanità, ammontata nel 2024 a 2.347 euro.
Per garantire la sola assistenza sanitaria pubblica a questa metà della popolazione, occorre dunque che altri cittadini si carichino di una spesa pari a 54,45 miliardi. A salire, con redditi lordi tra 20 e 26.000 euro si contano poi 6,65 milioni di cittadini, che versano in media 3.284 euro (2.384 per cittadino), mentre tra 26 e 29.000 euro lordi altri 3 milioni e poco più di versanti, che corrispondono 4.413 euro ciascuno, vale a dire 3.205 euro se rapportati al numero di cittadini.
Le statistiche che ci avvicinano ai Paesi poveri
In sintesi, gli italiani con redditi fino a 29.000 euro rappresentano il 69,78% del totale e pagano il 21,33% di tutta l’Irpef, un’imposta di 46 miliardi, pari a un terzo della spesa sanitaria. Insomma, siamo a davanti a «numeri più vicini a quelli di un Paese povero che di uno Stato membro del G7, e che parrebbero oltretutto poco veritieri se relazionati a consumi e abitudini di spesa degli italiani», ha spiegato il professor Brambilla nel corso della presentazione.
Compreso chi e quanto paga, ora andiamo a scoprire chi incassa. Bonus e aiuti vari. Nel 2025 sono stati 10,369 i nuclei familiari che hanno fatto richiesta per la Dsu, la Dichiarazione sostitutiva unica necessaria a ottenere la certificazione Isee: tenendo conto di una media di 2,9 componenti a nucleo, sono più di 29 milioni gli italiani che dunque hanno usufruito di agevolazioni sotto forma di denaro o servizi.
Cifre che descrivono la parabola di uno strumento pensato per le vere fragilità ma oggi divenuto di massa e spesso inefficiente, in assenza di controlli e prove dei mezzi meno facilmente aggirabili.
Esattamente come quanto accaduto alla spesa assistenziale a carico della fiscalità generale, cresciuta a dismisura negli anni (dai 73 miliardi del 2008 ai 180,5 del 2024), di pari passo però – altro paradosso – con il numero di poveri relativi e assoluti registrati da Istat.
Il cortocircuito italiano sulle tasse
«Rincorsa a nuovi bonus e agevolazioni da parte di una politica alla perenne ricerca di consenso elettorale, da una parte, e inefficienze della macchina organizzativa anche in termini di verifiche e controlli», la chiosa dell’ex sottosegretario al Welfare, «hanno purtroppo alimentato il mito del “meno dichiari e più avrai dallo Stato”, cui oggi il Paese appare pericolosamente aggrappato».
È difficile pensare che solo il 18% della popolazione dichiari redditi da 35.000 euro in su e credere che 11 milioni di italiani vivano con redditi da zero a 7.500 euro cioè una media di circa 312 euro lordi al mese e che altri 10 milioni vivano con meno di mille euro lordi al mese.
«Siamo così poveri? È povero un popolo che si gioca 177 miliardi nel 2025 al gioco d’azzardo? È povero un popolo che», conclude Brambilla, «nelle classifiche internazionali primeggia per abbonamenti a Pay tv, possesso di smartphone, animali da compagnia, secondo in chirurgia estetica e molto altro? No! E infatti siamo i primi nella classifica Ocse per evasione e ultimi per tasso di occupazione e produttività». Professore, siamo evasori? «Sì, ma è lo stesso Stato il “promotore” del nero, il cui asse portante è l’Isee».
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