Donald Trump chiedeva di togliere il piede dal freno. Kevin Warsh, invece, ha deciso di pigiarlo un po’ di più. La Federal Reserve ha alzato di un quarto di punto il costo del denaro, portando i tassi nella fascia tra il 3,75% e il 4%. E’ il primo ritocco dopo tre anni e non sarà l’ultimo. meno costoso, credito più abbondante, economia più allegra.
Altri interventi, probabilmente arriveranno entro fine anno. Una decisione di ieri arrivata con il voto unanime dei dodici componenti del direttivo. La scelta più che una semplice variazione di listino, racconta il primo vero braccio di ferro tra la Casa Bianca e il nuovo inquilino della banca centrale.
Warsh, arrivato alla guida della Fed a maggio dopo essere stato scelto da Trump, avrebbe potuto cercare una strada più accomodante. Del resto, quando ancora era candidato alla presidenza della banca centrale, aveva lasciato intendere che ci fosse spazio per ridurre i tassi.
Trump, non proprio famoso per la diplomazia con la Fed, aveva fatto sapere chiaramente di aspettarsi proprio quello: denaro meno costoso, credito più abbondante, economia più allegra.
È andata diversamente. «Non tollereremo un’inflazione persistentemente elevata», ha assicurato Warsh in conferenza stampa. I prezzi sono troppo lontani dall’obiettivo del 2%. Ad agosto sono saliti al 3,4% e veleggiano verso il 3,7%.
La guerra con l’Iran ha fatto salire di oltre il 7% in un mese il prezzo medio della benzina, con il rischio che lo shock energetico si propaghi al resto dell’economia.
Ma ci sono anche i dazi, che possono trasferire sui consumatori il maggior costo di molti beni. Perfino l’intelligenza artificiale presenta il conto: la corsa agli investimenti nei data center sta facendo aumentare la domanda di chip e apparecchiature elettroniche.
A complicare il quadro c’è un’economia che, anziché mettersi diligentemente a dieta, continua a espandersi.
Secondo le previsioni il Pil salirà del 2,3% dal precedente 2,2%. È proprio questa combinazione a preoccupare la Fed: prezzi troppo vivaci e consumi ancora robusti. Se l’economia continua a correre, diventa più difficile convincere l’inflazione a rallentare.
La sorpresa, semmai, è che la stretta potrebbe non essere finita qui. Le previsioni indicano la possibilità di un altro rialzo entro la fine dell’anno e forse di altri interventi nel 2027.
Per Wall Street, almeno per ora, nessun dramma. Il rialzo era ampiamente previsto e i mercati hanno reagito senza scosse particolari. Il vero problema è quello che viene dopo. Perché un quarto di punto, preso da solo, è poca cosa. Ma se diventa l’inizio di una nuova stagione di rialzi, allora la musica cambia.
Soprattutto per il Nasdaq e per i titoli legati all’intelligenza artificiale, che hanno costruito buona parte delle loro valutazioni sull’idea di un denaro destinato prima o poi a diventare meno costoso. Quando i tassi salgono, il futuro vale un po’ meno.
E l’intelligenza artificiale, per quanto artificiale, non ha ancora trovato il modo di sfuggire a questa legge molto umana della finanza.
Trump voleva una banca centrale più generosa. Warsh gli ha consegnato una banca centrale più severa. Adesso resta da capire chi avrà ragione tra il presidente che vuole un’economia più veloce e il banchiere centrale che teme che, correndo troppo, l’America finisca per pagare il conto alla cassa dell’inflazione.
Per il momento Warsh ha scelto di non fare il favore a Trump. E a Washington, dove quasi tutto è negoziabile, un quarto di punto può diventare una dichiarazione d’indipendenza.
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