L’assessore allo Sviluppo Economico di Regione Lombardia, Guido Guidesi, lancia l’allarme verso Roma: «Il costo dell’energia continua ad essere a livelli insostenibili. Con questi costi la Lombardia si ferma».
Lo scenario geopolitico è deteriorato e l’Unione europea, ancora una volta, si scopre priva degli anticorpi necessari per proteggere il tessuto produttivo. «Cinque anni fa» spiega Guidesi, «si parlava di sovracosti. Oggi, invece, si parla di sopravvivenza». Le imprese vedono i margini sempre più fragili e i bilanci familiari divorati dalle bollette. Certo, i piani a lungo termine e il mix energetico sono indispensabili, ma – avverte Guidesi – la casa brucia adesso. Non si può aspettare. Per questo, l’assessore lombardo mette sul tavolo tre richieste tassative indirizzate a Roma e a Bruxelles. Tre pilastri per evitare il blackout industriale: 1) Trasparenza assoluta nella formazione e nel calcolo del prezzo dell’energia. 2) Limiti normativi severi alla speculazione finanziaria che gonfia artificialmente i listini. 3) Price cap europeo per sganciare i prezzi dalle dinamiche speculative e ancorarli ai costi di produzione.
A questo si aggiunge il paradosso dell’idroelettrico: in Lombardia, il governatore Fontana insieme agli assessori Guidesi e Sertori hanno dimostrato che far sedere allo stesso tavolo produttori ed industrie che hanno bisogno di energia per trovare soluzioni concrete è possibile. Eppure, da Roma continua ad arrivare solo il silenzio.
L’allarme di Guidesi rimbalza inevitabilmente lungo la spina dorsale della manifattura italiana. Incrocia la crisi più drammatica e infinita del nostro Paese: quella dell’ex Ilva. Perché il caro energia non è una variabile astratta, ma il fattore che rischia di dare il colpo di grazia alla grande siderurgia nazionale.
Il destino dello stabilimento di Taranto è legato a doppio filo a questa transizione energetica monca. Per produrre acciaio si deve ancora usare il carbone, il coke, una tecnologia vecchia, inquinante, ma che ancora oggi resta l’unica via praticabile mentre le alternative più pulite – come il gas o i forni elettrici di nuova generazione – rimangono economicamente poco convenienti. Una via senza uscita: o si inquina o si fallisce per eccesso di costi.
La politica e la burocrazia ballano sul Titanic nella speranza di trovare una soluzione condivisa. Il tanto atteso decreto ex Ilva è slittato in consiglio dei ministri, lasciando l’ennesimo vuoto normativo. Tutto congelato: dal tavolo con i sindacati alla cassa integrazione. L’unica fragile certezza è una nuova tregua sui licenziamenti dell’indotto. Ma è una pace armata in attesa della decisione della Cassazione. Dovrà decidere sul ricorso dei commissari dell’acciaieria contro il verdetto della Corte d’appello di Milano che il 27 luglio ha ordinato lo stop entro 90 giorni dell’unico altoforno ancora in funzione. Il countdown è iniziato e i tempi sono strettissimi, data la «celere trattazione» imposta dalla gravità dei diritti fondamentali in gioco. Il pubblico ministero avrà tempo fino al 5 ottobre per depositare le sue memorie, i resistenti fino al 14 ottobre e i ricorrenti fino al 17 ottobre. Venticinque motivi di impugnazione per cercare di ribaltare una sentenza nata dalla battaglia legale di un gruppo di cittadini tarantini. Tra il grido d’aiuto delle imprese lombarde e i destini sospesi dei lavoratori di Taranto, l’Italia industriale si scopre fragile, stretta nella morsa tra la speculazione energetica e i nodi irrisolti di uno sviluppo che non riesce a farsi futuro. Il tempo, come ricorda Guidesi, è scaduto.
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