pensioni deputati
(Ansa)

Il conto della previdenza della Camera dei deputati torna a salire e si prepara a incidere ancora di più sul bilancio di Montecitorio. Il progetto di bilancio per il 2026 e per il biennio successivo prevede infatti un aumento della spesa destinata alle pensioni degli ex deputati e del personale, mentre la legislatura entra nella sua fase conclusiva.

Per il 2026 la spesa pensionistica della Camera dovrebbe crescere del 3,79% rispetto al 2025. Si tratta di un ritmo superiore a quello stimato nello stesso anno per la spesa pensionistica complessiva del Paese.

Il dato, però, va letto insieme all’intero triennio: secondo la relazione dei questori, nel 2027 l’incremento previsto a Montecitorio rallenterebbe all’1,58%, contro una dinamica più sostenuta indicata dal Documento di finanza pubblica per il sistema generale. Nel 2028, invece, i costi previdenziali della Camera tornerebbero ad accelerare, con un aumento del 3,21%.

Il confronto su base triennale ridimensiona quindi l’idea di una crescita sempre più rapida. Tra il 2025 e il 2028 la spesa pensionistica della Camera è prevista in aumento dell’8,81%, una percentuale che, secondo i documenti richiamati nel progetto di bilancio, resterebbe inferiore all’incremento cumulato stimato per le pensioni dell’ordinamento generale. Resta tuttavia molto elevato il peso assoluto della previdenza sui conti di Montecitorio.

Previdenza, a Montecitorio oltre 472 milioni nel 2026

A fine 2026 le uscite complessive della Camera dovrebbero attestarsi a circa 996,7 milioni. Di questa somma, oltre il 47% sarebbe assorbito dalla spesa previdenziale, prevista in 472,041 milioni: 17,2 milioni in più rispetto al 2025.

All’interno della voce, circa 130,1 milioni sono destinati ai trattamenti degli ex deputati, mentre poco meno di 342 milioni riguardano le pensioni del personale. L’aumento si inserisce in un quadro particolare. Dal 1° gennaio 2012, infatti, la Camera ha superato il vecchio assegno vitalizio per i nuovi eletti e ha introdotto un trattamento pensionistico basato sul metodo contributivo.

Il sistema si applica integralmente ai deputati eletti dopo quella data, mentre per chi aveva già maturato diritti è previsto un meccanismo pro rata. Il risultato è che oggi convivono regole e platee differenti, con effetti di spesa destinati a protrarsi nel tempo.

Il tema assume un rilievo particolare anche per la durata effettiva del mandato parlamentare. Il diritto al trattamento previdenziale è infatti legato ai requisiti stabiliti dalle regole interne della Camera: per il regime contributivo sono previsti, tra gli altri elementi, un periodo minimo di mandato e un requisito anagrafico.

La durata della legislatura può quindi incidere sulla posizione previdenziale dei singoli eletti, senza però determinare automaticamente l’andamento complessivo della spesa, sulla quale pesano anche i trattamenti già maturati e le pensioni del personale.

Quasi metà del bilancio di Montecitorio finisce nella previdenza

Il dato più significativo resta dunque la struttura della spesa: quasi un euro su due del bilancio della Camera è collegato alla previdenza.

Una quota che spiega perché l’andamento di queste voci venga osservato con attenzione non soltanto sul piano contabile, ma anche nel confronto pubblico sui costi delle istituzioni. La traiettoria del triennio 2026-2028 mostra però un andamento irregolare: crescita più forte nel 2026, rallentamento nel 2027 e nuova accelerazione nel 2028.

Più che un aumento lineare dei costi, emerge quindi un equilibrio complesso tra oneri già consolidati, nuove pensioni, rivalutazioni e regole contributive.

È questo il punto centrale dei numeri: la previdenza continua a rappresentare una delle componenti più pesanti del bilancio di Montecitorio, mentre il confronto con il sistema pensionistico generale cambia sensibilmente a seconda dell’anno preso in esame. Una tendenza da seguire nei prossimi mesi.

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