Per i titoli di Stato di tutto il mondo è stata un’estate da dimenticare. Dagli Stati Uniti alla Francia, dal Giappone al Regno Unito, i bond governativi sono stati bersagliati dalle vendite, mentre le banche centrali sono tornate ad alzare i tassi per contenere l’inflazione. Il risultato è che il costo di finanziamento chiesto dal mercato ai governi è schizzato su livelli che non si vedevano da quasi vent’anni. Il mondo dei bond si è letteralmente ribaltato e se a fine 2021 le obbligazioni a rendimento negativo valevano 18.000 miliardi di dollari, oggi l’84% del reddito fisso mondiale paga più del 4%.
«I costi del debito in quasi tutte le economie sviluppate sono tornati ai picchi registrati nel lontano 2007», spiega Paolo Baldessari, responsabile gestioni income & alternative strategies per l’area Asset management di Banca Generali, evidenziando come questa sorta di «tempesta perfetta» sia stata innescata da diverse concause.
Negli ultimi due anni «abbiamo attraversato due principali crisi (guerra commerciale nel 2025 e conflitto in Medioriente nel 2026) che hanno fatto riaccendere i timori di un nuovo vortice inflazionistico», prosegue il gestore, sottolineando come le banche centrali abbiano reagito in modo deciso a questa minaccia.
Se a inizio anno i mercati si attendevano tagli o stabilità sui tassi, la Bce ha alzato i tassi già due volte, la Fed è tornata «falco» e perfino la Bank of Japan si appresta ad alzare il costo del denaro al massimo da 31 anni.
«La nuova fase restrittiva da parte delle banche centrali è iniziata, sta entrando nel vivo e con ogni probabilità continuerà negli ultimi mesi del 2026 e a inizio 2027», aggiunge l’esperto.
Inflazione, tassi e debiti: la tempesta perfetta sui bond
Ma per Baldessari inflazione e tassi spiegano solo una parte della storia. «Le aspettative di inflazione a lungo termine sono rimaste relativamente stabili, e se il mercato chiede premi sempre più alti per investire, soprattutto sui titoli con scadenze più lunghe, è perché la fame di liquidità dei governi continua a crescere, con debito e deficit che non accennano a diminuire in molti Paesi».
Due esempi emblematici sono gli Stati Uniti, dove il debito pubblico a stelle e strisce ha superato la soglia psicologica dei 40.000 miliardi di dollari, e la Francia. Parigi aveva promesso di ridurre il deficit al 5% quest’anno, ma il governo ha indicato che questo obiettivo probabilmente non sarà raggiunto.
Il risultato è che i titoli di Stato decennali americani rendono ormai il 5% e lo spread sul debito francese è stabilmente più alto di quello italiano, segno che per i mercati Roma è un creditore più affidabile di Parigi.
«I governi si sono indebitati massicciamente a tassi zero tra il 2020 e il 2022 e ora si trovano a dover rifinanziare a un costo molto più alto, con un impatto diretto e crescente sulla spesa per interessi. Il fabbisogno annuo di Stati Uniti e Germania è tre volte più alto rispetto al periodo pre-Covid.
La domanda concreta diventa quindi: «Chi compra tutto questo debito?». Le banche centrali non sono più un acquirente netto e si è aperta così una vera e propria competizione per il capitale», spiega Baldessari.
Governi e Big Tech si contendono il capitale degli investitori
Il gestore sottolinea anche come gli Stati non debbano più competere solo tra loro sui mercati obbligazionari. «Sul fronte delle obbligazioni societarie, si è assistito al boom del debito legato all’IA. Si stima che per costruire l’infrastruttura di data center siano necessari 3.000 miliardi di dollari. Così i ministeri delle finanze devono fare concorrenza a big tech per attirare investitori».
A titolo di esempio, Nvidia ha collocato 20 miliardi di dollari di bond a giugno, Alphabet ha raccolto fino a 25 miliardi ad agosto e Amazon ha siglato un prestito da 17,5 miliardi.
Resta da capire se le vendite continueranno a bersagliare i titoli di Stato o se i rendimenti abbiano raggiunto un livello tale da renderli di nuovo appetibili agli investitori. «Quando il prezzo è giusto i compratori tornano a farsi vedere.
Non a caso una delle più recenti aste di Treasury statunitensi ha registrato il record storico di richieste e anche in Giappone la domanda per i bond sovrani è tornata robusta», commenta Baldessari.
Obbligazioni, rendimenti in rialzo: tornano gli acquirenti?
E come possono gli investitori adattare i portafogli a questo nuovo mondo dei bond? «I titoli a più lunga scadenza, dal decennale in su, che con i tassi a zero avevano rappresentato per anni il principale motore di rendimento, sono oggi una possibile fonte di rischio.
Il posizionamento si è spostato su durate brevi e medie, 2-5 anni, dove il rendimento è attraente e la volatilità è più contenuta. La preferenza va a emissioni di qualità. In particolare, le obbligazioni societarie europee ad alto rating rendono il 4%, un livello iniziale che su questa asset class storicamente ha portato in media a un ritorno del 15% nei tre anni successivi.
Le opportunità non mancano, ma nel nuovo mondo obbligazionario la scelta più saggia non sta in una particolare asset allocation, ma nell’affidarsi a diversificazione e gestione attiva per affrontare le potenziali turbolenze», conclude il gestore di Banca Generali.
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