debito
Giorgia Meloni (Getty Images)

Avvicinandosi le elezioni, e prendendo una notevole rincorsa, l’opposizione attacca qualsiasi provvedimento del governo, soprattutto in campo economico, affermando che la Meloni fa poco e male. L’ultimo caso è la discussione sull’abolizione del bollo per le auto e i motorini.

L’opposizione sostiene sia è una mancetta elettorale e che il governo avrebbe dovuto intervenire ridurre il costo della benzina e del gasolio: ci volevano – dicono – più soldi e andavano tassati gli extraprofitti di banche e compagnie petrolifere.

Il nocciolo della questione è dove e come trovare le risorse. Nessuno crede che se la Meloni avesse i soldi a disposizione non farebbe di più, anche considerando che fra un po’ si vota.

Ora, quando si devono trovare soldi ci sono solo due strade: o si aumentano le tasse – e in Italia è improponibile -, o si fanno tagli alla spesa pubblica.

Spending review fallita: commissari cambiati e tagli lineari al posto delle riforme

In Italia, la revisione e il taglio della spesa pubblica, la celeberrima spending review, è stata affidata negli anni a diversi commissari con risultati a dir poco deludenti. L’unica cosa che è stata tagliata sono stati i commissari stessi: Enrico Bondi, Mario Canzio, Carlo Cottarelli, Yoram Gutgeld, Laura Castelli e Massimo Garavaglia.

Tali piani venivano fatti indicando voci specifiche di spesa e, alla fine, venivano regolarmente scelti i cosiddetti «tagli lineari», cioè tagli indiscriminati, anziché attuare, come indicato dai commissari, tagli indirizzati a singole voci di spesa e riforme che consentissero risparmi non temporanei.

Sarebbe auspicabile che qualcuno avesse il coraggio di dire espressamente e chiaramente che, ormai, o si fa della spesa in deficit (cioè spese che alla fine dell’anno finanziario risultano maggiori delle entrate e quindi generano il deficit annuale che va ad aggiungersi al debito pubblico accumulato) o di soldi non ce ne sono. Fine della discussione.

Da tempo economisti americani, premi Nobel, come Krugman e soprattutto Stiglitz, sostengono che il debito si fa quando si è in un periodo di vacche magre, cioè quando l’economia e il Pil incontrano enormi difficoltà a crescere e non, come in Italia nei decenni passati, in tempi di vacche grasse.

Deficit e debito «buoni» e «cattivi»: quando spendere può far crescere il Pil

Per onestà intellettuale occorre sottolineare che vi sono un deficit e un debito pubblico «buoni» e un deficit e un debito pubblico «cattivi».

Quelli buoni sono quelli che favoriscono una crescita del Pil e che quindi automaticamente ripianano se non diminuiscono il debito accumulato. In che senso? Se si spendono soldi in deficit, non in modo indiscriminato, ma in modo tale che favoriscano lo sviluppo dell’economia, è chiaro che ci troviamo in una situazione virtuosa e non viziosa.

Dai bonus al Superbonus: decenni di spesa senza ritorni sulla crescita

Se viceversa faccio deficit con misure assistenziali e con questo morbo diffusosi negli anni, soprattutto gli ultimi 15, dei cosiddetti bonus, non avrò alcun ritorno di sviluppo economico ma solo qualche lenitivo, la maggior parte delle volte irrisorio, alla situazione economica delle famiglie interessate.

Chi non ha attuato la politica dei bonus scagli la prima pietra: chi fosse dotato di un livello anche minimo di onestà intellettuale, quella pietra dovrebbe scagliarla contro sé stesso, magari mettendola nella fionda e girando la fionda in direzione della propria capoccia.

Ne sappiamo qualcosa a proposito del bonus edilizio che per almeno cinque anni ha gravato per decine di miliardi sul bilancio pubblico. E per fortuna che doveva essere a gratis e senza incidere sul bilancio dello Stato perché avrebbe dovuto, viceversa, incidere sullo sviluppo economico, particolarmente del settore edilizio.

Ma così non è stato: lo ha certificato, a avarie riprese, la Corte dei Conti. La quale ha decretato in un suo rapporto il sostanziale fallimento della spending review nel tentativo di ridurre il deficit pubblico. Ipse dixit.

Meno tasse sul ceto medio: la ricetta per rilanciare consumi e gettito Iva

La Ue da questo punto di vista non ci sente e si ostina a non concedere ai paesi membri la possibilità di fare deficit per diminuire il carico fiscale, soprattutto sulle fasce medie e basse della popolazione.

Si tratta del 67% dell’Irpef pagato da chi sta tra i 20.000 euro e i 60-70.000 euro di reddito annuale lordo. A mio modesto avviso questa sarebbe l’unica strada percorribile: attuare una manovra fiscale di molte decine di miliardi per mettere in tasca agli italiani di quelle fasce 150-200 euro al mese.

Certamente questi soldi non andrebbero nei risparmi perché chi è con l’acqua alla gola spende i soldi in consumi non affidandoli a chi si occupa dei risparmi: banche, soggetti finanziari e quant’altro.

Questo coinvolgerebbe milioni di italiani che spenderebbero questi soldi in più in consumi permettendo così allo Stato di incassare più Iva.

L’effetto Monti: quando aumentare l’Iva fa diminuire gli incassi dello Stato

Dimostrazione recente ne è che durante il governo Monti l’aumento dell’Iva provocò un calo del gettito per lo Stato. È quella che che i pensatori medioevali chiamavano sub specie contraria: cioè una dimostrazione che, facendo il contrario di quanto auspicabile, ottiene l’effetto opposto.

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