La manovra 2027 parte con il vento in faccia. L’inflazione torna a correre, il petrolio rialza la testa, le bollette si gonfiano e lo spread morde. Sullo sfondo, la Bce tiene pronta la leva dei tassi. Palazzo Chigi si prepara a una corsa contro il tempo nella quale ogni miliardo avrà un padrone e ogni promessa dovrà trovare una copertura.
Inflazione e spread complicano la manovra
Mentre da palazzo Chigi parlano di interlocuzioni ben avviate con Tamoil, che potrebbe aderire al price cap sulla benzina, Giorgia Meloni prova a disegnare la rotta. «Vorremmo prorogare l’abbattimento del cuneo e la detassazione degli aumenti contrattuali», ha annunciato intervenendo in video collegamento con «Oltre le Radici», l’evento annuale del Gazzettino.
È il primo tassello di una manovra che il governo vuole costruire lungo una linea precisa: salari, imprese, potere d’acquisto, famiglie, natalità e sanità. Ma il problema è che questa volta il quadro economico ha deciso di giocare contro. L’inflazione infatti ha riacceso la miccia
A settembre i prezzi hanno accelerato fino al 4,2% rispetto al 3,8% previsto. Un balzo che riporta l’inflazione ai livelli più alti degli ultimi tre anni.
Il colpevole ha un nome ormai familiare: energia. Petrolio e gas non sono ancora stanchi e il rincaro viaggia veloce. Prima arriva alla pompa di benzina, poi entra nelle bollette, si trasferisce sui costi delle imprese e alla fine presenta il conto anche al supermercato. Una tassa invisibile che non passa dal Parlamento ma arriva comunque nelle tasche delle famiglie. È qui che la manovra rischia di incepparsi. Perché il governo vuole difendere il potere d’acquisto proprio mentre l’inflazione prova a mangiarselo. E Francoforte tiene il dito sui tassi. Se la fiammata dei prezzi dovesse consolidarsi, la politica monetaria potrebbe restare restrittiva più a lungo. Quindi mutui e finanziamenti più cari, investimenti più difficili, debito pubblico più costoso.
Qui entra in scena lo spread. È tornato a 102 punti base. Il rendimento del Btp è salito a 4,6%, top dal 2023. Non è un numero astratto. È il prezzo che i mercati chiedono per prestare soldi allo Stato. Più sale, più la coperta del Tesoro si accorcia. Le risorse complessive della manovra vengono stimate nell’ordine dei 35-36 miliardi. Sembrano tanti. Poi si comincia a distribuire. C’è il cuneo fiscale da confermare. C’è la detassazione degli aumenti contrattuali. C’è l’Irpef. Ci sono le imprese. Ci sono pensioni e sanità. C’è la difesa. Ci sono famiglia e natalità. E la fila non finisce qui. Per l’Irpef, una delle ipotesi più rilevanti riguarda il secondo scaglione: l’aliquota potrebbe scendere dal 35 al 33% per i redditi tra 28 e 50.000 euro.
Il nodo del cuneo e dell’Irpef
Una sforbiciata destinata soprattutto al ceto medio, ma che dovrà passare attraverso la prova più severa: quella della Ragioneria. Perché il problema non è soltanto quanto si vuole tagliare. È quanto si può tagliare.
Il governo vuole utilizzare la flessibilità ottenuta in Europa anche per affrontare il caro energia. Meloni parla di oltre 14 miliardi in due anni da utilizzare soprattutto per ridurre in maniera strutturale il costo dell’energia per le imprese.
Energia, Zes e partite Iva
Poi c’è la Zes unica, che dovrebbe proseguire fino al 2028, con circa un miliardo previsto per il 2027. L’obiettivo è rendere più semplici e veloci gli investimenti.
Poi c’è il popolo delle partite Iva. L’ipotesi più interessante è quella di innalzare da 85 a 100.000 euro la soglia di accesso al regime forfettario. Una modifica che allargherebbe la platea dei lavoratori autonomi interessati dalla flat tax. Si ragiona su possibili incentivi fiscali per i giovani che decidono di aprire una nuova attività. Sono misure ancora da definire. E soprattutto da finanziare. La manovra è ancora un cantiere: molte delle proposte circolano come ipotesi e soltanto i testi ufficiali diranno quali saranno davvero trasformate in norme. Poi arriva il capitolo pensioni. Quello dove ogni mese pesa come un macigno. Dal primo gennaio 2027 scatta l’adeguamento: 67 anni e un mese per la pensione di vecchiaia. Il governo studia una possibile sterilizzazione selettiva per alcune categorie di lavori usuranti.
Pensioni, sanità e difesa: la corsa alle risorse
Sul tavolo c’è anche un’ipotesi di uscita a 64 anni con almeno 20 anni di contributi, estesa alla platea interessata a fronte del ricalcolo interamente contributivo dell’assegno. Infine le pensioni minime, con la pressione per un nuovo incremento che potrebbe portare gli assegni verso quota 700-800 euro. Tutti vogliono qualcosa. I miliardi, però, sono sempre gli stessi.
La difesa assorbe una parte consistente dei margini europei. La sanità chiede risorse per liste d’attesa e personale. Le famiglie chiedono protezione. Le imprese energia meno cara e incentivi. I lavoratori salari più pesanti. Le partite Iva meno fisco. I pensionati chiedono assegni più alti. E Palazzo Chigi deve tenere tutto insieme senza perdere di vista Bruxelles e i mercati.
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