I mercati finanziari hanno riscoperto il fascino del brivido. Non il brivido controllato dell’ottovolante, ma quello che mozza il fiato quando i freni non rispondono.

L’inflazione, in Italia, ha deciso di darsi un tono, arrampicandosi a quota 4,2 contro una previsione al 3,8%. Al primo brivido ha fatto immediatamente seguito il secondo. Come in un domino il nostro Btp decennale si è teso fino al 4,69%, una vetta che da queste parti non si vedeva da tempo.

Anche lo spread, dopo aver dormito per anni, ha raddrizzato le antenne accomodandosi a quota 118 punti sul Bund. Ma questa volta la colpa non è del solito «malato d’Europa» con lo stivale.

Stavolta il virus della finanza allegra viaggia sulle frequenze di Parigi. La Francia dei conti in rosso e del debito record al 119% sta offrendo uno spettacolo che i mercati guardano con la stessa preoccupazione con cui si osserva un funambolo bendato.

Con gli Oat francesi che sfiorano il 5%, la grandeur transalpina si è trasformata in una terribile zavorra che trascina verso il basso l’intera eurozona, Italia compresa.

L’unico riferimento resta il Bund che, in mezzo alla tempesta, riesce a tenere la barra. Il rendimento è addirittura sceso al 3,52% dal 3,62% precedente. Il decennale francese ha terminato al 4,92%, sempre sui massimi da 18 anni a questa parte e con uno spread di ben 140 punti sul Bund.

Lagarde e la stretta della Bce

A Francoforte Christine Lagarde indossa l’abito delle grandi occasioni con tanto di spilla luccicante sul foulard. La governatrice della Bce stringe i cordoni della borsa mentre confessa, con algida eleganza, di non avere le chiavi per riaprire lo Stretto di Hormuz.

Tuttavia ha intenzione di spegnere l’incendio del caro petrolio a colpi di idrante monetario. Vuol dire che i tassi alti resteranno a fare i padroni di casa ancora a lungo. E pazienza se la crescita europea finirà per somigliare a una pianta grassa dimenticata sul balcone d’inverno.

I mercati sfidano le banche centrali

Il problema è che i mercati hanno smesso di ascoltare i banchieri centrali e hanno imbracciato i fucili. È una guerra aperta per saggiare la determinazione dei padroni dell’euro e del dollaro.

Un autentico «showdown» in cui i trader sfidano i guardiani della moneta a chi spara il tasso più alto. Oltreoceano, la Fed di Kevin Warsh si trova nel mirino di una speculazione globale che non crede più alle favole del «rientro morbido».

Lo ha chiesto Trump chiudendo il mamdato di Powell. Ma la situazione globale potrebbe imporre scelte ben diverse.

Il rendimento del Treasury americano a 10 anni è volato al 5,3%, aggiornando i massimi storici dal 2002. Mentre i venti di guerra geopolitica ed energetica soffiano forti sui mercati, la finanza internazionale sembra aver rimosso la parola «diplomazia» dal proprio dizionario.

Resta da capire chi, tra i banchieri centrali arroccati nei loro fortini e i mercati che assediano le mura, finirà le munizioni per primo.

Petrolio, guerra e la scommessa dei mercati

Tutto dipende ormai dalla fine della guerra in Medio Oriente. Trump ha respinto la tregua di sette giorni proposta dall’Iran annunciando che i combattimenti proseguiranno fino alle elezioni di novembre.

Un annuncio che ha innescato le scommesse dei mercati. Se la guerra finisce, il prezzo del petrolio cade, i tassi calano e i repubblicani sfondano. Altrimenti Trump dovrà soffrire.

Nel dubbio, conviene allacciare le cinture: la giostra dei rendimenti ha appena aumentato i giri.

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