Sulla fuga dei cervelli si continua a raccontare un’Italia dalla quale i giovani scappano in massa e nella quale, con il centrodestra al governo, nessuno avrebbe più interesse a tornare. È una rappresentazione comoda, soprattutto a sinistra, ma i dati della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro citati anche da Italia Oggi, elaborati su dati Istat, raccontano una realtà più articolata.
Tra il 2021 e il 2025 sono rientrati in Italia dall’estero 129.362 giovani tra i 18 e i 39 anni. Nel quinquennio precedente, 2016-2020, erano stati 97.353: significa un aumento del 32,9%. Nello stesso confronto gli espatri sono passati da 318.819 a 325.431, con una crescita di appena il 2,1%. Il divario resta quindi ampio, ma la dinamica è evidente: le partenze sono sostanzialmente stabili, i ritorni aumentano molto più rapidamente.
I numeri positivi sui rimpatri dei nostri giovani talenti
Il dato più interessante è forse il rapporto tra chi parte e chi torna. Nel 2011-2015 si contavano 26 rientri ogni 100 espatri; nel 2016-2020 erano diventati 31; nell’ultimo quinquennio sono saliti a 40. In altre parole, la mobilità giovanile italiana è sempre meno un viaggio di sola andata. E nel 2025 il fenomeno si è ulteriormente rafforzato: i rimpatri sono cresciuti del 3,7%, da 23.387 a 24.264, mentre le partenze sono diminuite del 26,8% rispetto al 2024, anno peraltro anomalo per gli effetti delle nuove sanzioni legate all’iscrizione all’Aire.
Anche il profilo di chi torna è significativo. L’età media è di 29,6 anni: il 29,4% ha tra 30 e 34 anni, il 26,4 tra 25 e 29, il 23,6 tra 35 e 39. Non parliamo quindi soltanto di ragazzi che interrompono un’esperienza all’estero, ma spesso di persone che rientrano dopo studi, formazione e primi anni di carriera. È capitale umano che il Paese recupera.
Da dove tornano? Il 66,4% dei rientri arriva dall’Europa. Regno Unito e Germania pesano da soli per quasi un terzo del totale: 21.170 rimpatri dal Regno Unito e 19.526 dalla Germania. Seguono Argentina, Svizzera, Francia e Brasile. E anche la geografia italiana è interessante: il 50,3 %dei rientrati sceglie il Nord, ma il Mezzogiorno ne assorbe comunque il 31,7%. La Lombardia da sola raccoglie il 19,8 %dei rientri; Milano l’8,7% del totale nazionale.
I giovani ora sono motivati a trovare lavoro in Italia
C’è poi il tema delle motivazioni, che demolisce un altro luogo comune. Il 67,7% indica ragioni personali o familiari, il 32,4% la nostalgia dell’Italia. Incentivi fiscali (il governo nel 2023 e qualità della vita vengono citati entrambi dal 23,5%, mentre un’occasione di lavoro in Italia pesa per il 20,6%. Solo il 48,5% dispone già di un lavoro al momento del rientro; il 37,1% lo trova dopo essere tornato. E il 71,4% dichiara di essere più soddisfatto della propria situazione personale in Italia.
Sul lavoro, però, il quadro resta meno trionfale. Il 53,5% giudica la propria situazione professionale in Italia uguale o migliore rispetto all’estero, mentre il 46,4% la considera peggiore. Il 75% valuta positivamente o almeno non peggiore la conciliazione vita-lavoro, il 67,9% il clima lavorativo e il 64,3% le tutele. Ma sui salari il giudizio cambia: soltanto il 42,9% li considera adeguati al costo della vita rispetto all’esperienza all’estero.
Con il governo Meloni la solfa è cambiata
Questo è il punto che si dovrebbe riconoscere. Sarebbe scorretto attribuire tutti i 129.000 rientri al governo Meloni, perché il periodo osservato comincia nel 2021. Ma è altrettanto scorretto sostenere che con il centrodestra la fuga dei giovani si sia aggravata: i dati non mostrano alcuna esplosione delle partenze e mostrano invece un deciso aumento dei ritorni.
La fuga dei cervelli non è di certo finita e l’Italia continua ad avere problemi seri di salari, carriera e valorizzazione delle competenze. Ma l’immagine di un Paese dal quale si fugge e basta non regge più. Oggi esiste anche un flusso consistente nella direzione opposta. E quattro rientri ogni dieci partenze sono un dato troppo rilevante per tenerlo sottotraccia.
C’è infine un elemento politico che merita attenzione: il ritorno dei giovani non dipende soltanto dal sistema degli incentivi, riformato dal governo Meloni nel 2023, ma dalla percezione che in Italia sia possibile costruire un futuro. Se questa tendenza verrà consolidata con più occupazione qualificata, salari migliori e meno burocrazia, il rientro potrà diventare strutturale. Ed è su questo terreno che si misurerà davvero l’efficacia del governo.
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