- Lo scostamento di 32 miliardi passa quasi all’unanimità. Il centrodestra: «Non intendiamo privare famiglie e aziende degli aiuti necessari». Ma la lista degli interventi è assai vaga. Giuseppe Conte prova a guadagnare tempo, fare la vittima e accontentare un po’ tutti.
- E ci sono anche Milleproroghe e ddl Zan. Senza Iv, il governo non è autosufficiente.
Lo speciale contiene due articoli.
Per la sesta volta in pochi mesi, ieri sera le Camere, quasi all’unanimità (Azione e Più Europa non si sono fidate delle richieste generiche del governo), hanno votato l’autorizzazione a un ulteriore scostamento di bilancio. Stavolta lo sforamento previsto è di altri 32 miliardi.
Dunque, da un punto di vista numerico, com’era stato del resto preannunciato, quasi nessuno si è messo di traverso: né i renziani, che lo avevano assicurato anche nei giorni precedenti, né il centrodestra. Le scelte dell’opposizione sono state formalizzate da una nota congiunta dopo un vertice con Matteo Salvini, Giorgia Meloni e (in collegamento) Silvio Berlusconi: «Nonostante le forzature del governo e le continue scorrettezze, nonostante una pretesa autosufficienza che non esiste, il centrodestra non intende privare le famiglie e le aziende italiane degli aiuti necessari in un momento così drammatico: per questa ragione, come annunciato, voterà compatto lo scostamento di bilancio. In ogni caso il centrodestra intende rappresentare al presidente della Repubblica il proprio punto di vista sulla situazione che è ormai insostenibile». Quindi, netta distinzione tra un duro contrasto a quel che resta del Conte bis e un ok concesso allo scostamento, anche per non dare modo alla sinistra di colpevolizzare il centrodestra.
Il problema – però – è che da mesi il governo prima si reca in Aula a chiedere sostegno trasversale (per lo sforamento, infatti, serve tassativamente la maggioranza assoluta in ciascun ramo del Parlamento) ma poi, al momento di utilizzare i fondi, fa di testa propria: il che ha largamente determinato una dilapidazione degli oltre 108 miliardi stanziati nel 2020.
Questa volta, nella vaghissima relazione governativa in cui si chiede lo scostamento, si legge che, al di là delle misure per le imprese, «sono previsti stanziamenti aggiuntivi per il settore sanitario, anche in relazione alle necessità relative all’acquisto, la conservazione e la logistica dei vaccini e dei farmaci per il trattamento dei pazienti affetti da Covid-19». Altre voci indicate sono: interventi a tutela del lavoro, per la protezione civile, per le forze dell’ordine, per le autonomie territoriali. Si parla anche di una «rimodulazione temporale dell’invio delle cartelle esattoriali e, in favore delle imprese, di misure che consentano di accelerare e potenziare la ripresa dell’attività economica».
Ciascuno comprende che questo zibaldone e questa lista non chiariscono nulla: quanto andrà effettivamente a chi? Quanto alle imprese massacrate dal lockdown strisciante? E che vuol dire «rimodulazione temporale» delle decine di milioni di cartelle dell’Agenzia delle entrate che sono in partenza? Si tratterà solo della presa in giro di un mini rinvio oppure ci saranno risposte reali?
Ieri mattina, a Coffe break su La 7, il viceministro Antonio Misiani si è limitato a indicare una voce, in continuità con quanto, aderendo alle richieste del centrodestra, era già avvenuto in legge di bilancio: allora fu stanziato 1 miliardo per la decontribuzione a favore degli autonomi, e stavolta dovrebbe essere stanziato un altro miliardo e mezzo per la stessa voce.
Ma su tutto il resto è buio. Ci sono solo ipotesi. Tra queste, altre 26 settimane di cassa integrazione e licenziamenti bloccati dopo il 31 marzo (ma solo per le imprese dei settori in crisi). Quanto ai ristori, potrebbe essere superato il meccanismo legato ai codici Ateco, concentrando gli aiuti sulle perdite di fatturato: la soglia dovrebbe essere quella del 33%. Ma tutto è ancora indefinito.
Tocca infatti al governo stendere il decreto Ristori quinquies (che dovrebbe essere varato a fine mese), e, a parte alcune buone intenzioni, tutto è ancora in alto mare.
Di più: nel pieno del suk che ha aperto e sta gestendo, Giuseppe Conte sarà diviso fra tre diverse spinte. La prima è dilatoria: guadagnare tempo, usare giorni in più, facendo della gestazione di questo provvedimento parte della sua campagna di «persuasione» sui parlamentari incerti. La seconda spinta, una volta varato il decreto, sarà quella, durante l’esame parlamentare, di usarlo come una specie di giubbetto antiproiettile per proteggersi: additando cioè ogni obiezione e ogni avversario come un ostacolo all’azione di ristoro alle imprese. E ciascuno può già immaginare la martellante propaganda governativa a cui saremo sottoposti. La terza spinta, infine, sarà quella di trovare un bilanciamento tra esigenze politiche molto diverse: quelle di chi sta in maggioranza (Pd, 5 stelle, Leu, più i fantomatici «responsabili»), di chi non ci sta più (i renziani), di chi non c’è mai stato (il centrodestra). Nelle precarie condizioni parlamentari in cui il governo si trova, alcune concessioni dovranno necessariamente avvenire. Insomma, c’è da ipotizzare un curioso mix di propaganda (del tipo: «stiamo ristorando le imprese»), di vittimismo («mi stanno ostacolando») e di consociativismo nel tentativo di accontentare un po’ tutti. Difficile pensare che, in un frullatore simile, l’uso delle risorse possa rivelarsi efficace e ben mirato.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >