- Il differenziale con i Bund non è influenzato dai mercati spaventati dai populisti, ma da scelte politiche. Il consigliere di Angela Merkel, Clemens Fuest, l’ha dimostrato ieri: «La Bce verifichi se comprare ancora i Btp». Ma per Intesa la situazione italiana «non è danneggiata».
- Vincenzo Boccia, in assemblea di Confindustria, omaggia l’esecutivo uscente e smonta il programma del prossimo.
Lo speciale contiene due articoli
Che quello dello spread sia un pretesto per commissariare l’Italia, i cittadini l’hanno capito. Ma nelle ore decisive per la formazione del governo gialloblu, chi più teme l’alleanza populista sta tentando di seminare dubbi sulla tenuta finanziaria dell’Italia.
Basta leggere il comunicato diffuso l’altro ieri da Fitch: «Una caduta prolungata nella fiducia degli investitori», fa sapere l’agenzia di rating, il 20% della quale è forse non a caso detenuto da una società francese, «potrebbe ritardare i progressi delle banche nella riduzione del loro consistente stock di crediti deteriorati». Istituti di credito italiani a rischio fallimento, dunque, con potenziali ripercussioni sui correntisti, che nel frattempo hanno avuto modo di conoscere le meraviglie del bail in voluto dall’Europa.
A fare eco alle ormai esplicite minacce dei valutatori del nostro debito pubblico, dopo la sequela di warning dei commissari Ue, è arrivato, ieri, il commento di Clemens Fuest, presidente dell’Istituto Ifo di ricerca economica e consigliere privilegiato di Angela Merkel: «L’eurozona rischia una nuova crisi. La Bce dovrebbe verificare se sia possibile comprare ancora titoli di Stato italiani». Circa 24 ore dopo l’ennesima sortita con cui Jens Weidmann, ex numero uno della Bundesbank, aveva ribadito il proprio desiderio di subentrare a Mario Draghi alla guida dell’istituto di Francoforte, Fuest già invocava la fine del Quantitative easing. Rivelando il giochino perverso dietro i balletti dello spread, che non sono la spontanea reazione dei fantasmagorici «mercati» alle incertezze della politica italiana, bensì lo strumento di ricatto per costringere il nostro Paese a eseguire i diktat di Berlino e Bruxelles.
L’acquisto di titoli di Stato da parte della Bce è lo scudo per proteggere l’eurozona da uno shock che quasi certamente ne causerebbe l’implosione. Almeno, questo sembra l’auspicio dei tedeschi, al punto che un gruppo di economisti, sulla Frankfürter Allgemeine Zeitung, ha persino proposto di fissare a livello europeo una procedura di fallimento controllato per le nazioni più deboli dell’area euro. Chiedere a Mario Draghi di interrompere il Qe equivale a lanciare un ultimatum a Roma: se l’esecutivo populista pensa di fare di testa propria, faremo in modo che l’Italia finisca in default.
Le oscillazioni dello spread non dipendono da poche decine di piccoli risparmiatori che corrono a incassare i buoni del Tesoro ereditati dalla nonna. Il differenziale tra Bund e Btp, i titoli decennali di Germania e Italia, sale o quando gli istituti di credito optano per una vendita massiccia delle obbligazioni che possiedono, o se la Bce interrompe la campagna acquisti sul mercato primario. Insomma, non è la politica a «spaventare» i mercati, ma sono i mercati che fanno di tutto per condizionare, se non per dirigere la politica.
Che la situazione dell’Italia, di per sé, non sia tale da dover gettare nel panico gli investitori, lo conferma il Weekly economic monitor di Intesa San Paolo, riservato ai propri manager. Secondo la banca torinese, la risalita dello spread, che viaggia intorno ai 190 punti base, con un rendimento al 2,41%, «rappresenta soltanto un ritorno ai livelli medi di fine 2017». Ossia, il periodo in cui a Palazzo Chigi sedeva Paolo Gentiloni e il nostro Paese, come confermato ieri dalla stessa Commissione europea, applicava pedissequamente le correzioni necessarie a rispettare i parametri di bilancio. Il report di Intesa San Paolo, peraltro, sottolinea pure che l’attuale livello del differenziale sui titoli di Stato «non recherebbe danni degni di nota» ai conti pubblici, soprattutto perché «prevale tra gli investitori la convinzione» che il programma di Lega e Movimento 5 stelle «non sarà implementato né rapidamente, né in toto». Il cambiamento promesso, in pratica, avverrà gradualmente e solo parzialmente: i mercati paiono abbastanza smaliziati da comprendere che in politica si propone 100 per ottenere 50. Tant’è che se Piazza Affari ieri ha ceduto 1,31%, tutte le piazze europee principali hanno fatto registrare perdite simili o superiori: Parigi -1,3% Francoforte -1,47%.
Solo gli eurocrati si stanno stracciando le vesti al pensiero che Roma si ribelli ai loro ordini. All’appello degli stranieri atterriti dall’esecutivo gialloblu mancava solo il presidente della Commissione europea, Jean Claude Juncker, che alla fine ha rotto il silenzio annunciando di voler vigilare addirittura sulla salvaguardia dei «diritti degli africani che sono in Italia». Perché l’economia è solo uno dei guinzagli in mano a Bruxelles; l’altro è l’immigrazione. All’ex premier lussemburghese, chiacchierato nei corridoi di Bruxelles per la sua passione per l’enologia, ha risposto per le rime Giorgia Meloni: «Juncker, bevi di meno. L’Italia deve rispettare le proprie regole. Quali sono i diritti che dovremmo rispettare? Quelli di gente che entra in Italia senza rispettare le nostre regole?».
I mal di pancia oltreconfine significano una sola cosa: spread o non spread, la democrazia sta vincendo.
Alessandro Rico
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