L’esecutivo ha paura che si sappia come intende spendere i fondi Ue
  • Diffusa una bozza delle linee guida per l’utilizzo dei soldi del Recovery fund. Ma il ministro Vincenzo Amendola tuona: «Fuga di notizie, vado in Procura». Hanno paura di far vedere che in realtà decide tutto Bruxelles?
  • Nel testo mezzo rinnegato dal governo trovate assurde e fondi a pioggia su temi come l’empowerment femminile. Il rilancio di Taranto? Un acquario da 50 milioni.

Lo speciale contiene due articoli.

Serviva proprio un tocco di thrilling poliziesco per ravvivare le lunghe settimane che separano il governo dall’inizio dell’anno prossimo quando, sperabilmente, potrà cominciare ad avvenire la formale presentazione alla Commissione Ue del piano nazionale per la ripresa e la resilienza. Senza quel piano non si potrà accedere alle risorse del dispositivo per la ripresa e la resilienza (Rrf) da 672,5 miliardi, che è la parte più corposa del Next Generation Eu da 750 miliardi per tutti gli Stati membri. Da quel momento ci vorranno ancora 12 settimane per consentire a Commissione e Consiglio, rispettivamente, di valutare e decidere l’assegnazione delle risorse.

Nel frattempo l’esecutivo scalpita – probabilmente anche per motivi di equilibri politici interni alla maggioranza, in cui il M5s si è arroccato intorno a quei fondi e a quei progetti per resistere alle pressioni del Pd a favore della richiesta del prestito del Mes – per definire un piano che viene dipinto come il sol dell’avvenire. Da qui l’inutile passerella degli Stati generali a giugno a Villa Pamphili e gli annunci sapientemente affidati al megafono dei media: il 27 agosto ci ha pensato il Mise a farci avere il suo pacchetto di slide inviate al dipartimento per le politiche europee presso Palazzo Chigi, il 9 settembre il Ciae non è stato da meno nel licenziare un corposo documento con le linee guida per la definizione del piano. Ieri ha cominciato a circolare su siti e giornali uno sterminato foglio elettronico in cui ben 677 miliardi di spesa sono disseminati in 577 progetti riguardanti tutto quanto è stato impossibile fare nel nostro Paese negli ultimi 25 anni a causa del dogma dell’avanzo primario del bilancio pubblico. Questo documento però è stato prontamente definito dal ministro per gli Affari Europei, Enzo Amendola, come «fuga di notizie indecorosa» per la quale ha sporto denuncia alla Procura.

Tali schede, secondo il ministro, hanno «l’unico intento di creare confusione e disinformazione e sono risalenti a uno stadio iniziale dei lavori con ipotesi e proposte già ampiamente superate». Ora, è appena il caso di notare che si fa fatica a comprendere quale possa essere la fuga di notizie, considerato che non appare materiale in qualche modo segretato; anzi si tratta di progetti di cui si parla da settimane su tutti i giornali. Ma il punto non è il merito di quei progetti, considerati superati ma veri, piuttosto il fatto che siano usciti. E appare proprio questo il probabile motivo della reazione del ministro. Infatti, fino a quando la Commissione Ue non renderà note le vere linee guida che determineranno la valutazione dei piani nazionali, l’esercizio del nostro governo è simile a poco più di un allenamento per scaldare i muscoli in attesa della gara. E sarebbe un grave smacco per Palazzo Chigi che si sappia – dopo il 15 ottobre, quando avrà inizio il confronto informale e dopo il 1° gennaio 2021, quando ci sarà l’invio formale del piano – che il governo italiano ha fatto i conti senza l’oste e la Commissione ha falcidiato i progetti. A nessuno piacerebbe vedere quel foglio dati pieno di segni rossi e blu di correzione ad opera dell’arcigno commissario Valdis Dombrovskis.

Ritorna prepotentemente il tema sollevato su queste colonne sin da luglio: siamo sicuri che il perimetro dei progetti necessari per lo sviluppo dell’Italia, disegnato dalla Commissione senza possibilità di contraddittorio, sia proprio confacente a un Paese che ha attraversato due recessioni a inizio del decennio (di cui la seconda provocata da fallimentari scelte della Ue) ed è nel pieno della terza?

Tale perplessità trascina con sé un’altra. Pochi di quei progetti sono già presenti nelle leggi di spesa attualmente in vigore (il cosiddetto quadro tendenziale o a legislazione vigente), quindi devono prima entrarci, votati ovviamente dal Parlamento, e poi trovare la fonte di finanziamento nel Recovery fund, anziché in un normalissimo Btp.

È la stessa storia del Mes: richiedere quel prestito, necessita una preventiva attività legislativa di spesa, a meno che nel tendenziale ci siano già spese finanziabili dal Mes, ma così non è.

Queste leggi di spesa determinano una crescita dell’indebitamento netto, aggiuntiva rispetto ai 100 miliardi già approvati dal Parlamento negli ultimi mesi e questo è un tema delicatissimo, considerato che il rapporto debito/Pil è già proiettato verso il 160%. Non va dimenticato che l’analisi di sostenibilità del debito è una spada di Damocle che ricomincerà presto a pendere sul Belpaese e, da lì, il passaggio verso l’adozione di misure macroeconomiche correttive diventa brevissimo.

Quindi ci troviamo in una paradossale situazione: il governo passa le giornate a delineare piani la cui ammissibilità non è ancor nota e dà in escandescenze alla notizia della loro pubblicazione, mentre le leggi di spesa già approvate dal Parlamento stentano a generare flussi finanziari verso il settore privato e, come conseguenza, la cassa del Tesoro ad agosto è salita al record di 100 miliardi ed è pure stata annullata un’asta di titoli di Stato.

Viene in mente la battuta con cui Checco Zalone liquidò una zelante funzionaria ministeriale in un suo film di successo: «Ma questa è del mestiere?».


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