- Verrà inserita nel Ristori ter al momento della conversione in Aula. Prevede risparmi nelle procedure tagliando il 25% dei compensi: preconcetto verso i professionisti e incapacità di comprendere gli autonomi.
- Pioggerella di interventi, ma non si parla mai di riduzione di tasse o di investimenti. Rischio paralisi da decreti attuativi non varati.
- È insoddisfacente anche il fondo di solidarietà alimentare di 400 milioni per i Comuni.
Lo speciale contiene tre articoli.
Il decreto Ristori ter è appena stato promosso dal Consiglio dei ministri. Dopo la pubblicazione in Gazzetta ufficiale dovrà andare filato in commissione al Senato per confluire nel primo decreto Ristori. Già martedì ci sarà la riunione dell’ufficio di presidenza. Tempi così stretti imporranno un vaglio a maglie larghissime dei lavori per l’inserimento di emendamenti. O l’innesto di altre novità di legge. Tra queste è previsto che parte dei lavori ereditati dalla prima commissione Rordorf sulla riforma delle discipline della crisi d’impresa vengano infilati nel decreto in fase di conversione d’Aula. La commissione viene istituita nel 2015. Poi si evolve con l’aggiunta di altri membri e si occupa di migliorare le attività del comparto fallimentare e delle situazioni d’insolvenza. L’obiettivo finale è snellire e rendere meno onerosi i fallimenti o i concordati per le imprese. Da qui l’idea – bisogna dire corretta – di anticipare il disegno di legge e inserirne alcuni pezzi nel dibattimento d’aula. Da gennaio arriverà l’onda nera della crisi e il numero di aziende che porteranno i libri in tribunale o che si rivolgeranno ai professionisti per un concordato sono malauguratamente destinate a crescere in modo esponenziale.
Purtroppo, visto che dal dire al fare c’è sempre di mezzo il mare, l’idea individuata per tagliare i costi di accesso alle procedure è qualcosa di molto lontana dal concetto stesso di riforma e semplificazione. Il governo ha deciso che i compensi dei professionisti dovranno essere di fatto tagliati del 25% e subordinati al buon esito della pratica. «In sintesi», spiega a La Verità Andrea Foschi, consigliere nazionale del consiglio dei dottori commercialisti ed esperti contabili con delega alle crisi d’impresa, «è stata inserita la logica del success fee. Un modo a nostro avviso quanto meno anomalo per applicare risparmi nell’iter delle procedure. Se, per esempio, un attestatore a fine lavori bocciasse il concordato per ragioni tecniche vedrebbe il suo compenso svanire nel calderone dei creditori».
In pratica, la mossa del governo mira a scaricare sulle spalle dei professionisti gli oneri della procedura. Il 75% del compenso dopo l’entrata in vigore della legge verrà considerato prededucibile, cioè incassabile al momento del concordato o della sentenza fallimentare. Il rimanente 25% finirebbe tra le file dei creditori, il che equivale a un taglio visti i tempi di attesa che si misurano in anni. Se poi la procedura saltasse, allora tutto il compenso verrebbe infilato nello stesso calderone.
Una tale mossa denota non solo un preconcetto verso la categoria dei professionisti ma anche una mancata volontà di portare avanti una reale riforma. Al contrario si rischia di ottenere due cose. La prima possibilità è che i compensi vengano alzati in modo aprioristico. Per bilanciare con il primo 75% l’intero lavoro. La seconda, ancora più grave, è che i professionisti siano spinti a mettere il timbro sul concordato per accelerare i tempi e incassare gli onorari. Punendo implicitamente i migliori e i più scrupolosi. Forse a mancare tra le file della maggioranza di governo è proprio la capacità di comprendere la filosofia che sta dietro alla mentalità del lavoratore autonomo. D’altronde basta scorrere i decreti che si sono susseguiti dopo il Cura Italia per vedere la scarsissima considerazione verso le partite Iva e ancor più i professionisti.
I bonus a pioggia (ancorché insufficienti sotto il mero punto di vista economico) sono totalmente sbagliati per chi cerca sostegno all’interno della libera impresa. Non servono sussidi né elemosina. Servono meno costi per la burocrazia e meno tasse. Invece lo schema adotto è sempre l’opposto. Si beneficiano dipendenti pubblici e cittadini che bramano il reddito universale.
Lo si comprende pure dal botta e risposta dei sindacati della Pa. I quali hanno annunciato sciopero per il prossimo 9 dicembre. Contestano non il mancato rinnovo del contratto ma l’importo dell’aumento. In un momento come questo, in cui i ristoranti sono obbligati a chiudere, la politica dovrebbe fare pressioni contro la Pa. Per evitare almeno di spaccare il Paese in due. E assistere a uno scontro tra chi produce Pil e gli altri. Lungi da noi, infatti, chiedere tagli e l’abolizione di diritti acquisiti.
Al contrario massacrare chi non ha rappresentanza elettorale significa azzoppare ciò che rende l’Italia una nazione unica: i milioni di partite Iva, piccolissimi imprenditori e professionisti. Sembra che il sogno sovietico dei giallorossi preveda la normalizzazione di tutte le figure di lavoratori che ai loro occhi rappresentano una anomalia. Lo stillicidio di decreti e di ristori ne è un segno. Da un lato conferma l’incapacità di questo governo di applicare valutazioni ex ante e dall’altro la maligna volontà di erogare aiuti con il contagocce per tenere ideologicamente al guinzaglio che è economicamente libero. Ne va della dignità dei piccoli imprenditori e del futuro della ricchezza diffusa.
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