Intesa cresce negli Stati Uniti con operazioni per 50 miliardi
Nel riquadro: Mauro Micillo, responsabile Divisione IMI Corporate & Investment Banking di Intesa Sanpaolo (Getty Images)
Mauro Micillo: «Le iniziative avviate dall’amministrazione americana in ambiti strategici come infrastrutture e intelligenza artificiale offrono nuove opportunità di investimento». Un ponte anche per il made in Italy.

Ci voleva una grande banca per ricordare all’Italia che il mondo non finisce a Bruxelles. Mentre l’Europa si interroga su come fronteggiare i dazi americani, Intesa Sanpaolo ha deciso di investire sul bicchiere mezzo pieno. Rafforzerà la presenza nel mercato Usa dove negli ultimi tre anni ha supportato operazioni per un valore complessivo di 50 miliardi di dollari. Sono state iniziative in gran parte finalizzate a sostenere aziende che vogliono sbarcare o rafforzarsi negli Stati Uniti, la terra delle opportunità e delle tariffe doganali creative. Un invito alle aziende italiane a non restare prigioniere delle tensioni commerciali ma a giocarci dentro, con la stessa disinvoltura con cui gli americani giocano con il mondo. «Le recenti operazioni che ci hanno visto protagonisti confermano la solidità della nostra presenza negli Stati Uniti e la capacità di mobilitare capitali, offrendo soluzioni strutturate in un contesto tra i più competitivi al mondo» ha spiegato Mauro Micillo, il numero uno della Divisione Imi Corporate & Investment Banking, in missione a Washington per le riunioni del Fondo Monetario Internazionale. Un linguaggio giocato tra finanza e diplomazia: «Attraverso il coinvolgimento di investitori internazionali, Intesa Sanpaolo contribuisce a realizzare progetti in grado di accelerare la modernizzazione delle infrastrutture e la transizione energetica, rafforzando il proprio ruolo di partner di riferimento nei grandi progetti globali». Una missione fatta di contratti, capitali e credibilità.

Dietro i numeri – 50 miliardi di dollari di operazioni negli ultimi tre anni, 30 miliardi di euro di project finance solo nei primi otto mesi del 2025 pari al 15% del mercato complessivo – c’è la prova che una banca italiana può essere globale tenendo ben stretto il radicamento domestico. Dal 2018 al 2024 il mercato del project finance negli Usa è cresciuto del 20% l’anno. La divisione Imi di Intesa, nello stesso periodo, del 34%.

E non si tratta solo di prestiti. È consulenza, emissioni obbligazionarie, copertura dei rischi di tasso, finanza strutturata. È la dimostrazione che si può fare business anche nel cortile di Trump, dove la finanza è politica e ogni dazio è una dichiarazione d’intenti. Il piano americano del gruppo guidato da Carlo Messina è anche un messaggio politico: invece di chiedere sussidi o invocare Bruxelles, le imprese italiane possono reagire con l’arma più moderna che ci sia: investire. Intesa promette di fare da spalla, non da spettatrice. «Le iniziative avviate dall’amministrazione americana in ambiti strategici come infrastrutture, innovazione e intelligenza artificiale offrono nuove opportunità di investimento», aggiunge Micillo, «e la nostra Divisione è pronta a consolidare ulteriormente la propria posizione in questo mercato».

Insomma mentre il mondo si divide tra chi alza i dazi e chi alza le mani, Intesa alza il livello del gioco. Non è solo un piano industriale, ma un gesto di fiducia nella manifattura italiana, che spesso ha più fantasia che capitali. E, forse, anche un piccolo atto di coraggio: non aspettare che Washington ci apra la porta, ma bussare con i progetti sotto braccio. Anche per questo negli Stati Uniti, la Divisione IMI CIB ha rafforzato il team di Structured Finance, ampliando risorse e competenze. Non è la solita «presenza simbolica» che le banche italiane amano ostentare all’estero: è una struttura che lavora in quelle partite, oggi, si gioca la leadership globale. E se c’è una cosa che l’Italia sa fare, è costruire: autostrade, centrali, ponti, data center. Insomma, ingegno e cemento, che poi sono due parole molto più italiane di «dazi».

A Washington, dove si decide la temperatura economica del pianeta, la delegazione di Intesa si muove in terra conosciuta. Un invito alle imprese italiane a non farsi scoraggiare dai dazi, ma a trasformarli in stimolo. In fondo, la finanza è come la politica: la fai, o la subisci. E in un mondo in cui Trump detta i dazi, l’unico modo per restare nel gioco è fare affari in dollari.

Per superare gli ostacoli servono nuove strade e una grande banca è sempre un buon compagno di viaggio. Così, mentre a Roma Confindustria discute di tagli e incentivi, a Washington Micillo e il suo team trattano con investitori globali per portare a casa affari veri. E allora, paradossalmente, possiamo ringraziare i dazi di Trump. Perché, a modo loro, hanno risvegliato un sistema di imprese che troppo spesso si accontenta di lamentarsi. Intesa ha deciso di reagire. Con 50 miliardi di dollari, un passaporto e un’idea di futuro.

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