Mai come stavolta la patrimoniale è un rischio più che concreto. Se vince il centrosinistra, ovviamente. Ieri sui giornali e pure già di mattina sugli schermi di Omnibus mi sono imbattuto nei proclami di Nicola Fratoianni: «Dovrà esserci. Trovo curioso che si continui a sostenere che parlarne faccia perdere le elezioni, quando tutti i sondaggi registrano un ampio consenso alla tassazione delle grandissime ricchezze. La nostra proposta, quella di Oxfam, riguarda i patrimoni personali netti superiori a 5,4 milioni di euro: appena 50.000 italiani, lo 0,1% della popolazione. Dobbiamo smettere di avere una sudditanza culturale verso la destra, anche nel linguaggio».
Il problema non è il linguaggio, ma l’inganno di fondo: chi oggi propone la patrimoniale su misura per i super ricchi viene dalla stessa scuola dove ci si preoccupava di far piangere i ricchi. «In questi anni», ha proseguito il leader di Avs, «sono state sottratte al lavoro enormi risorse a vantaggio di rendita e profitto, una gigantesca espropriazione di ricchezza, concentrata nelle mani di pochi». «In questi anni…»: un’indicazione temporale troppo generica.
È dalle crisi del 2011 che la sinistra cavalca le piazze, prima con «Occupy Wall Street» poi con gli Indignados spagnoli e quelli greci, e tutte le volte è finita a tavola con le élite, cioè quell’1% che governa. «Siamo il 99%» era il titolo di un saggio di Noam Chomsky sulle sperequazioni del mondo: peccato che poi il vecchio rivoluzionario sia stato trovato negli Epstein files come uno di casa.
Fratoianni e il vizio della patrimoniale
E che dire di Alexis Tsipras che sul successo di piazza Syntagma mise in piedi Syriza, vinse le elezioni, fece un referendum contro la Troika in cui vinsero i No all’austerity e sette giorni dopo quel voto firmò da premier il terzo memorandum di impegni a botte di Mes e misure draconiane? O del sostegno della sinistra ai governi Monti e Draghi?
«Noi vogliamo cambiare il Paese», dicono dalle parti di Avs e pure della segreteria dem Elly Schlein, la quale sulla patrimoniale è d’accordo. «Riguarderà solo i super ricchi», promettono, tirando fuori la proposta Oxfam illustrata da Milena Gabanelli, colei che già condusse la crociata contro il contante per combattere l’evasione fiscale: del resto è noto che la grande evasione si faccia nascondendo il contante… «La faremo pagare solo ai più ricchi, allo 0,1% che ha un patrimonio personale netto oltre i 5,4 milioni di euro», come se quella persona non pagasse già in proporzione a quanto guadagna.
Il guaio è che i grandi patrimoni ormai stanno dentro la stessa meccanica con cui l’Europa è il Bengodi dei grandi evasori. «A differenza di Paragone, io sono europeista e amo l’Europa», mi ha rinfacciato Fratoianni.
E qui già esce fuori il suo fighettismo: europeista di sinistra; il che vale come la sua foto nella spiaggia dell’esclusivo Togo Bay Beach di Torre Lapillo in Salento, con un secchiello del ghiaccio e un flute di bollicine sotto l’ombrellone. Lui è europeista di quella Unione che è un puzzle di paradisi fiscali in concorrenza tra loro. E che vanifica tutto il sudore (si fa per dire, compagni…) delle battaglie contro i ricchissimi.
Gli assurdi paragoni della sinistra
Stavo cercando di spiegarglielo quando in un impeto proletario Fratoianni mi ha ricordato che «pure in California fanno un referendum sulla patrimoniale». Vero, e oggi vedremo come andrà a finire. Se non fosse che appena il tema dei super ricchi è diventato caldo, il patron di Meta, Mark Zuckerberg, ha minacciato di smontare baracca e burattini e di andarsene se fosse passata la tassa una tantum del 5% sui patrimoni sopra il miliardo di dollari, che colpirebbe chi aveva la residenza nello Stato al 1° gennaio 2026.
I fondatori di Google se ne sono andati per tempo, Zuckerberg invece ha trovato lo stratagemma: Meta ha creato per lui azioni senza diritto di voto da vendere per pagare il conto in cambio dell’impegno a non trasferirsi. A conferma dell’osmosi tra le azienda e i fondatori.
Del resto è quel che sappiamo benissimo anche in Europa, dove i capitali si muovono che è una bellezza. La patrimoniale presuppone ricchezze ferme, visibili. Oggi i grandi patrimoni sono partecipazioni e holding, e si spostano alla velocità di una delibera. La cassaforte degli Agnelli–Elkann ha sede fiscale in Olanda, Paese dove stanno anche le aziende del gruppo. Le holding dei Ferrero e dei Del Vecchio sono in Lussemburgo. Tutto legale, anzi europeista!
La Corte di giustizia infatti ha stabilito che uno Stato non può tassare in uscita chi trasferisce la residenza in un altro Paese membro, se non rinviando il prelievo. Ogni regola fiscale comune richiede l’unanimità, anche di chi vive della concorrenza fiscale. In questo spazio l’elusione non è un’anomalia: è la meccanica del sistema fiscale targato Ue.
I piani della sinistra per ristabilire la patrimoniale
C’è poi la solidarietà privata. Un pacchetto di azioni conferito a una fondazione esce dal patrimonio personale, e quindi dalla patrimoniale, ma chi lo ha donato può continuare a sedere nel consiglio e a orientarne le scelte. Non è un abuso, è filantropia. Ma è una delle vie con cui la ricchezza si sottrae alla patrimoniale, e a deciderne la destinazione resta il donatore, non lo Stato.
Resta il problema della cassa. I 50.000 di Fratoianni non sono una platea omogenea. In cima ci sono poche decine di holding e fondazioni con residenze da spostare. Sotto c’è l’imprenditore la cui ricchezza è l’azienda stessa: capannone, macchinari e marchio di famiglia, poi c’è il professionista con lo studio e qualche immobile. Patrimoni veri, ma immobili.
Se i primi si difendono, il gettito promesso andrà cercato tra i secondi: i ricchissimi negoziano, i benestanti pagano. E se non basterà, la tentazione sarà abbassare la soglia. Ecco perché la gente ha paura delle patrimoniali e della sinistra. Dategli torto…
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