Donald Trump lancia l’idea: un tetto del 10% agli interessi sulle carte di credito revolving, quelle che ti permettono di rateizzare i pagamenti. Negli Stati Uniti, dove i tassi medi sono intorno al 20% e possono arrivare al 30%, Wall Street trema, i titoli bancari scendono e gli analisti parlano di credito razionato, profitti erosi e consumi a rischio. JP Morgan si è detta pronta a tutto per tamponare la proposta che, secondo la Casa Bianca, dovrebbe entrare in vigore il 20 gennaio e che, stando alle stime della Vanderbilt Policy Accelerator (centro di ricerca dell’Università di Vanderbilt), farebbe risparmiare alle famiglie americane qualcosa come 100 miliardi di dollari annui. Ma la vera domanda è un’altra: che cosa succederebbe se una misura del genere venisse applicata in Italia?
Il nostro Paese non è il Far West del credito al consumo, ma non è nemmeno l’Eldorado del debitore. Secondo i dati di Banca d’Italia, nel terzo trimestre 2025 il credito revolving viaggiava a un tasso medio del 15,77%, con una soglia di usura fissata al 23,71%. Tradotto: oggi in Italia è perfettamente legale pagare più del doppio di quel famoso 10% trumpiano.
Un tetto secco al 10% farebbe saltare ovviamente i margini di banche e finanziarie varie che, fra l’altro, nonostante il costo del denaro fissato dalla Bce sia al 2%, chiedono un interesse dell’11% circa sul credito al consumo, quello che serve per avere un prestito veloce o comprare un’auto. Sarà per questo che i consumi non decollano? Perché costano troppo? Tornando però all’ipotesi di un 10% sulle carte di credito revolving, se diventasse antieconomico per le banche, va detto che a farne le spese non sarebbe il professionista benestante che paga il saldo a fine mese, ma il lavoratore precario, il pensionato, la famiglia che usa la carta per arrivare a fine mese.
Negli Stati Uniti gli analisti lo dicono apertamente: con un cap al 10%, le carte subprime diventano una perdita secca. In Italia accadrebbe appunto lo stesso, con una differenza cruciale: qui il credito al consumo è spesso l’ultimo ammortizzatore sociale informale, quello che supplisce a salari bassi e welfare insufficiente.
C’è però un’ipocrisia del sistema. Da un lato si invoca la tutela del consumatore contro gli interessi «predatori»; dall’altro si accettano commissioni di mediazione fino al 6,87% sui finanziamenti alle famiglie, senza una soglia di legge che definisca quando la mediazione diventa usuraria. E poi si demonizza il tasso, ma si chiude un occhio sui costi accessori. Morale: anche il 10% scritto sul contratto diventerebbe un prezzo civetta, compensato da spese, commissioni, assicurazioni abbinate. Il tutto con la benedizione di Bankitalia, come avviene già adesso.
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