I fondi speculativi «spogliano» Cucinelli: sanzioni russe violate. Titolo giù del 17%
Brunello Cucinelli (Imagoeconomica)
Il gruppo nega: a Mosca solo il 2% dei ricavi, adesso valutiamo azioni legali. Dopo la sospensione, il tracollo a Piazza Affari.

Sulle passerelle incanta, in Borsa traballa. E stavolta, a sporcare l’impeccabile immagine da filosofo del cachemire di Brunello Cucinelli, non è stato un errore sartoriale, ma l’inchiesta al vetriolo degli analisti di Morpheus Research. Risultato? Un tonfo verticale del 17,3% in un solo giorno, sospensione del titolo a Piazza Affari, sguardi smarriti tra gli azionisti e uno stilista che, da guru del capitalismo umanistico, si ritrova protagonista involontario di un thriller finanziario che pare scritto da John le Carré.

Eh sì, perché il colpo basso arriva proprio da Oltreoceano. Morpheus, giovane e agguerrito fondo americano nato con la missione di «smascherare frodi e bugie» nel mondo della finanza, ha puntato il suo radar sulla casa di moda umbra. L’accusa? Di quelle che fanno tremare anche i colletti più inamidati: avrebbe continuato a operare in Russia aggirando, con stile (ma pur sempre aggirando), le sanzioni Ue. Il tutto mentre agli azionisti raccontava una storia ben diversa.

Secondo l’inchiesta di Morpheus, Brunello Cucinelli non solo non avrebbe chiuso i commerci con Mosca ma gestirebbe ancora negozi, pieni di maglioncini da 3.000 euro e cappotti che valgono quanto un’utilitaria. Le vendite non sarebbero affatto cessate: si sarebbero semplicemente trasformate. Meno sfilate, più consegne a domicilio. Meno champagne in boutique, più pacchi regalo via corriere. Una strategia che – secondo gli americani – punterebbe a «ridurre l’impatto delle sanzioni» e a non perdere contatto con una clientela di oligarchi ancora affezionati al cashmere etico, ma non troppo.

E non finisce qui: sconti aggressivi, vendite parallele, stock in circolazione. Il marchio, da tempio dell’eleganza, rischierebbe di trasformarsi in una svendita di lusso, con conseguente erosione del blasone di esclusività che Cucinelli ha costruito con pazienza certosina, tra Solomeo e i salotti di Parigi e Milano.

Ma se Morpheus suona la tromba, a fare da grancassa era stato, nei giorni scorsiPertento Partners, hedge fund che aveva già accusato l’azienda a inizio settembre, segnalando criticità ben oltre la questione russa: scorte alte, canale multimarca confuso, governance opaca. Gli squali hanno sentito l’odore del sangue e hanno cominciato a girare in cerchio.

Nel frattempo, la Borsa italiana si è trasformata in una giungla, con quattro hedge fund (tra cui JP Morgan, Aqr Capital, Kintbury Capital e appunto Pertento) che hanno cominciato a vendere il titolo allo scoperto con crescente entusiasmo. Lo «short» ha toccato il 3,2% del capitale: roba da manuale di speculazione. Altro che capitalismo umanistico: qui si gioca duro.

Naturalmente, la difesa dell’azienda non si è fatta attendere. Con tono fermo la casa di moda ha annunciato possibili azioni legali per difendere «la reputazione e gli interessi degli azionisti e dei dipendenti». E ha snocciolato i numeri: «Le esportazioni verso la filiale russa sono scese da 16 a 5 milioni di euro tra il 2021 e il 2024. Tutto in piena conformità con le regole europee», assicura Cucinelli. Nessuna operazione di smaltimento del magazzino, nessun mercato nero travestendo le pellicce siberiane.

Chi ha provato a gettare acqua sul cachemire in fiamme è stato il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, che ha ribadito la sua fiducia nell’azienda:

«Hanno ben chiarito la loro posizione. Io ho fiducia in un’azienda italiana così importante e significativa, che è un modello anche di sostenibilità, e sono convinto che a breve questa fiducia sarà riscontrata anche in Borsa».

La fiducia però è scomparsa dal listino. Il titolo ha perso il 17,2%, un crollo verticale che lascia pochi dubbi: qualcosa scricchiola nel regno del cashmere. E non basta la poesia del borgo di Solomeo o le citazioni di Marco Aurelio a placare i mercati. Il mondo del lusso è feroce, e i fondi shortisti lo sono ancora di più.

La sensazione? Che l’eleganza non basti più. Soprattutto quando inizia una violenta operazione al ribasso, orchestrata come una sinfonia di vendita da chi, di stile, magari non sa nulla, ma di speculazioni sa tutto. E allora, più che il taglio delle giacche, oggi conta il taglio delle posizioni. E quello, purtroppo, fa male.

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