- Roma dà la precedenza ai Paesi Nato negli appalti strategici Bruxelles pensa di aprirsi agli stranieri nei settori «sensibili».
- I giudici del Lussemburgo contro il piano dell’Unione: aumenta le disparità tra i territori.
Lo speciale contiene due articoli.
Mentre l’Europa della Von der Leyen apre sempre più le porte agli investimenti di Pechino (e non solo) nel Vecchio continente, la Meloni è tra i pochi leader dell’Unione che stringe le maglie contro l’invasione cinese. Le due strategie contrapposte, che vanno viste anche nell’ottica dei diversi rapporti con Donald Trump, emergono in modo plastico dall’analisi di due notizie delle ultime ore.
Politico, tra i più autorevoli organi di informazione sui fatti di Bruxelles ha spulciato i documenti sui quali si sta lavorando in Europa in tema di Ide. L’acronimo che caratterizza gli investimenti diretti dall’estero. Da anni l’esecutivo dell’Unione detta le regole generali sullo screening a cui sottoporre gli affari «che stabiliscono o mantengono legami durevoli e diretti tra investitori di Paesi terzi, compresi le entità statali, e le imprese che esercitano un’attività economica in uno Stato membro». Un gruppo o un fondo statale cinese intendono acquisire il controllo o una partecipazione significativa di una società attiva in un settore strategico del Vecchio continente, come può essere quello dei semiconduttori? Bene, Bruxelles stabilisce le aree nevralgiche rispetto alle quali prestare maggiore attenzione e anche, nelle linee generali, l’invasività con la quale i singoli governi devono intervenire.
Poi certo sta al Paese interessato decidere per esempio se applicare e in che misura il Golden power, ma sempre coordinandosi con la normativa Ue.
Il punto è che la revisione degli Ide era una delle priorità del primo mandato del governo Von der Leyen e di conseguenza è diventata una priorità della seconda legislatura firmata Ursula. Con una particolarità di non poco conto. Mentre fino a pochi mesi fa tutto lasciava pensare che l’intenzione fosse quella di allargare il numero dei settori strategici e di spingere verso interventi sempre più invasivi in modo da impedire che gli investitori stranieri assumessero il controllo di società europee in settori strategici o sensibili, ora il vento sembra cambiato. Secondo i documenti consultati da Politico, infatti, la lista redatta il 14 aprile dal Consiglio Ue si è assottigliata (vi fanno ancora parte comunque Ia, chip, tecnologie quantistiche, tecnologie energetiche, spazio e droni) e soprattutto è prevista una mera raccomandazione ai governi dell’Ue di «prendere in considerazione questi settori» nel valutare se un investimento straniero rappresenti una minaccia per la sicurezza o l’ordine pubblico. Insomma, il nuovo testo non impone alle autorità nazionali alcun obbligo. E la Von der Leyen? Non risulta pervenuta, in uno discussione che in un momento geopolitico così delicato, dovrebbe dare la cifra del suo mandato e rispetto alle prese di posizione della maggior parte degli Stati membri che vanno nella direzione opposta rispetto a quella che lei aveva indicato.
Eppure il rischio che le ingerenze cinesi diventino sempre più pesanti in settori strategici come quello dell’intelligenza artificiale, dei chip o della cybersicurezza è sotto gli occhi di tutti.
Tant’è che il governo italiano ha deciso di stringere le maglie e di fare dei distinguo abbastanza netti quando si parla di affari legati ai settori sensibili. Possibile, come evidenzia anche il Messaggero che l’incontro avvenuto meno di un mese fa tra Giorgia Meloni e Donald Trump abbia avuto un peso («Gli Stati Uniti e l’Italia riconoscono la necessità di proteggere le nostre infrastrutture e tecnologie critiche e ci impegniamo a usare solo fornitori affidabili in queste reti», si leggeva nel comunicato congiunto), sta di fatto che dopo la firma dell’ultimo Dpcm nelle gare pubbliche dove si discute di forniture strategiche legate alla sicurezza, le imprese degli Stati alleati avranno la precedenza.
E per alleati non si intendono solo i Paesi della Nato, ma anche altri Stati storicamente e culturalmente vicini a Roma come per esempio Israele, Giappone, Svizzera, Australia e Nuova Zelanda. Non c’è nessun riferimento a Pechino, ma è evidente che le prime società ad essere escluse sono quelle cinesi. Anche perché i gruppi asiatici sono tra i più agguerriti nella competizione per produrre e commercializzare telecamere di sorveglianza, lettori a infrarossi, droni ecc. Tutti i prodotti che il governo italiano ha fissato in un elenco ben dettagliato. Un segnale industriale certo ma soprattutto politico e che evidentemente l’esecutivo aveva messo a punto nei dettagli prima di esporsi.
Del resto è facile intuire come la partita delle reti all’ingresso rispetto agli investimenti esteri sia direttamente collegata con quella dei dazi che a furia di annunci e repentini dietrofront si sta giocando con gli Stati Uniti sia sul piano diplomatico sia su quello della comunicazione. E tra un’Europa che si apre a nuovi affari anche nei settori strategici con Pechino e l’Italia che «chiude» la cybersicurezza alle mire delle imprese di Xi, non abbiamo dubbi con chi Trump preferirà trattare.
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