Pazzia Ue: droni di guerra guidati dai bimbi
Friedrich Merz ed Emmanuel Macron (Ansa)
La «minaccia russa» dà alla testa: nei Baltici preparano a combattere gli alunni delle elementari, la Von der Leyen si compiace. E la Germania pensa di risolvere i problemi di disoccupazione con la leva militare.

Lo speciale contiene due articoli.

«Cara Evika Silina, il tuo Paese sta diventando una vera potenza nel campo dei droni». Il post di X che Ursula von der Leyen ha dedicato al ministro presidente lettone, in occasione della sua visita «negli Stati di frontiera dell’Ue», è un manifesto della nuova Commissione europea. Un piano politico destinato a mettere l’elmetto in testa persino ai bambini.

Cosa sta succedendo? Cominciamo dal sottolineare che, a Bruxelles, sono ben felici di assecondare l’ossessione dei baltici per il babau russo. Probabilmente, al di là della postura aggressiva e dei proclami sulle truppe da spedire al fronte per garantire la sicurezza di Kiev, sperano di delocalizzare il più possibile quello che considerano l’inevitabile scontro di civiltà con Mosca. In questo modo, daranno tempo agli Stati centrali di riorganizzare la difesa del continente. E pure di catechizzare l’opinione pubblica, visto che, per il momento, nel Paese che si candida a costruire l’esercito più potente dopo quello americano – la Germania – vanno di moda i libri di un blogger che si compiace di dichiarare: «Meglio occupati che morti».

In questa operazione di marketing bellico, i droni svolgeranno un ruolo fondamentale. Sia perché sono una risorsa efficace e a buon mercato, che infatti tanto i russi quanto gli ucraini, ormai capaci di sfornarne in gran numero, hanno impiegato in quantità massicce. Sia perché essi alleggeriscono un po’ la percezione della brutalità dei combattimenti: eliminando il contatto fisico tra esseri umani, rendono moralmente meno problematica l’uccisione del nemico. Gli unici ad accorgersi che sono scoppiate delle bombe, alla fine, sono quelli che ci rimangono sotto. Ed è qui che nasce la tentazione di tirare in ballo i bimbi. Proprio dalla frontiera dell’Ue, quella che praticamente si sente già in trincea contro Vladimir Putin, stanno infatti partendo vari progetti per insegnare ai più piccoli come si fabbricano e come si usano i velivoli da guerra senza pilota.

Ne ha parlato anche La Stampa ieri: tra pochi giorni, gli alunni delle elementari in Lituania, di ritorno sui banchi di scuola, si ritroveranno a frequentare lezioni dedicate alla costruzione e alla guida dei droni. «Ormai sono diventati una parte integrante non solo della scienza e dell’industria», ha spiegato a metà agosto il direttore dell’agenzia di educazione Linesa, Valdas Jankauskas, «ma anche della vita di tutti i giorni». Il progetto, ha giubilato il funzionario, darà alle giovani generazioni «la possibilità di conoscere questo settore dalla tenera età». Per fortuna, nella «vita di tutti i giorni», i droni al massimo vengono usati per scattare suggestive foto dall’alto di attività sportive, concerti o serate danzanti. C’è una bella differenza tra i giocattoli con le eliche che ogni tanto vediamo svolazzare in spiaggia oppure in discoteca e gli apparecchi, imbottiti di esplosivo, che piombano sui civili nelle città dell’Ucraina e sulle regioni di confine in Russia. Forse, in alcuni Stati europei si stanno portando avanti? L’idea è che, sin dalla «tenera età», i ragazzini debbano abituarsi a concepire la guerra come un aspetto della «vita di tutti i giorni»?

I giovanissimi lituani chiamati a raccolta non saranno mica pochi: si tratta di 7.000 bambini dai 9 anni di età, parte di un corso che coinvolgerà in totale 22.000 connazionali. Costoro, entro il 2028, acquisiranno «abilità di controllo dei droni», anche attraverso «esperimenti pratici e giochi». Niente di più moderno e tecnologico che spingere i piccini a concepire la morte alla stregua di un videogame, quasi uguale a quello con cui già si divertono il pomeriggio, mentre siedono davanti a una qualche consolle. Anche se, dal punto di vista delle tattiche propagandistiche, resta minima la distanza dalle omelie dei professori ultranazionalisti che, nel 1914, incitavano gli studentelli ad arruolarsi nell’esercito del Secondo Reich, descritte da Erich Maria Remarque in Niente di nuovo sul fronte occidentale. Niente di nuovo, appunto. Tant’è che pure i balilla, in assenza di bombardieri pilotabili da remoto, in classe imparavano a montare e smontare il moschetto.

Alle porte della Federazione russa, si stanno organizzando parecchie iniziative simili: c’è il caso «pedagogico» della Lituania; c’è la Lettonia, «potenza dei droni» che fa gongolare la Von der Leyen e che ha già addestrato 32 giovani cadetti nelle specialità della guerra elettronica, lo scorso luglio; e non poteva mancare l’Estonia di Kaja Kallas, ex premier, oggi Alto rappresentante dell’Unione. Soprattutto, falco antirusso ispirata dalle persecuzioni dell’Urss subite dalla nonna e dalla madre, che vennero deportate in Siberia, mentre il babbo, Siim, faceva carriera nelle banche statali e nella gerarchia amministrativa sovietica, da iscritto al Partito comunista. Ebbene: entro la metà del 2026, Tallinn avvierà un programma di educazione all’impiego di droni, che addirittura rientra nell’accordo di coalizione della maggioranza al governo e che includerà l’invio di appositi «kit» alle scuole.

Sarà pur vero che, per mantenere la pace, è sempre meglio prepararsi alla guerra. Ma chi si illude di poterla rendere seducente, o magari divertente, sta incappando in un errore pericoloso. Anche quei bambini lituani di 9 anni, un domani, capiranno che ammazzare un uomo non è come fare una partita alla Playstation.

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