L’Ue chiede ai medici trasparenza sui sieri ma solo se è utile a vaccinare di più
(Imagoeconomica)
  • L’Ecdc invoca una comunicazione limpida circa le profilassi. Però mette paletti sugli effetti avversi: «Non si mini la fiducia».
  • Tedros Ghebreyesus non si arrende e invoca la firma del Trattato pandemico. Ormai spacciato.

Lo speciale contiene due articoli.

«Le autorità devono affrontare in tempo di pace una comunicazione efficace sui vaccini». Sarebbe questo uno degli obiettivi del rapporto dell’Ecdc, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, che presenta i risultati di uno studio condotto tra giugno e novembre 2023.

Le vaccinazioni servono, bisogna sconfiggere riserve ed esitazioni, è il refrain ripetuto in ogni variante possibile, cercando di evitare errori compiuti durante la pandemia in campo comunicativo, ma senza correggere troppo il tiro. Nel documento, «Comunicazione efficace sul rapporto rischi/benefici della vaccinazione nell’Ue/See», infatti, con molta enfasi viene sottolineato che «la fiducia sia nella sicurezza e nell’efficacia dei vaccini, sia nelle istituzioni sanitarie, è fondamentale per garantire l’accettazione del vaccino. Una volta persa la fiducia del pubblico, può essere difficile riconquistarla».

Quindi, gli operatori sanitari devono comunicare in modo trasparente tutti i rischi associati ai vaccini «anche quando ciò potrebbe comportare il rischio di una diminuzione della domanda di vaccini». Meraviglioso, finalmente un invito all’informazione sulla sicurezza di questi preparati. Poche righe più sotto, il tono però cambia e si alzano paletti. D’accordo, la trasparenza è eticamente importante ma «occorre comunicare sulla sicurezza del vaccino in un modo che non mini la fiducia» nel vaccino stesso, finendo per ridurre l’accettazione a vaccinarsi. Il concetto viene spiegato meglio: «Spesso le prove scientifiche contengono sfumature e avvertenze che non sono facilmente comunicabili. Ad esempio, i dati sui sospetti eventi avversi segnalati da persone vaccinate e che non sono stati ancora sottoposti a valutazione scientifica, possono essere oggetto di disinformazione».

Ecco perché il documento dell’Ecdc conclude che «può essere difficile» essere trasparenti nella comunicazione quando ci sono «informazioni tecniche che il pubblico potrebbe non comprendere appieno». Come dire, il cittadino non è in grado di reggere le criticità di un medicinale e allora vanno dosati i dati disponibili. Alla faccia della trasparenza, siamo ancora a condizionare la comunicazione sulla sicurezza perché poi si prendono le distanze da vaccini sperimentali.

Serve poco ripetere che secondo l’Oms la vaccinazione previene da 3,5 a 5 milioni di decessi ogni anno a livello globale, se poi sul rapporto rischi e benefici della vaccinazione si invocano censure «a fin di bene». Salvo poi affermare la bontà di una narrazione cruda, se finalizzata a spingere sul target vaccinati, come si legge nel documento che cita un «efficace» esempio di campagna informativa sulla prevenzione dell’infezione da Papilloma virus umano (Hpv).

Le autorità sanitarie pubbliche irlandesi hanno lanciato il video di una giovane donna malata terminale di cancro alla cervice, e che da adolescente non era stata vaccinata. Quel minuto di testimonianza sconvolgente dovrebbe abbattere le resistenze di genitori e adolescenti, ancora poco convinti dell’utilità di un vaccino anti Hpv. Se in un video trovassero spazio, condensate in pochi istanti di drammaticità, alcune delle patologie innescate dalle vaccinazioni anti Covid, state certi che le autorità sanitarie europee sconsiglierebbero la diffusione di simili immagini. Perché la narrazione, ormai è questo il metodo di comunicazione preferito, deve esaltare sempre e comunque un vaccino come «sicuro ed efficace», mai evidenziare eventi avversi o sollevare dubbi sull’applicazione generalizzata.

L’abbiamo visto anche nell’assurda legge della Regione Puglia, che condiziona l’iscrizione a scuola a un colloquio informativo finalizzato alla vaccinazione anti-Hpv. Un vaccino che può essere utile in fase adolescenziale e prima di aver avuto rapporti sessuali, ma che non giustifica l’esagerata attenzione su un’infezione che per lo più «scompare spontaneamente, circa il 50% nel corso di un anno e circa l’80% in due anni», come fa sapere il Gruppo italiano per lo screening cervicale (Gisci), mentre si creano odiose schedature di studenti non interessati a vaccinarsi.

I promotori della legge, i consiglieri della Regione Puglia Fabiano Amati di Azione e Pierluigi Lopalco del Pd, non solo vogliono debellare il Papilloma virus umano e la bronchiolite, ma puntano «a una più grande strategia della prevenzione, impostata sullo screening neonatale super esteso obbligatorio (61 malattie, compresa la Sma), il sequenziamento dell’esoma (diagnosi dell’85% delle malattie dall’1% del Dna), il progetto genoma Carta d’identità genetica (verificare alla nascita 450 condizioni di malattia esaminando un pannello di 407 geni) e la verifica genetica sulla predisposizione o sugli indizi del diabete di tipo 1 e della celiachia», riferiva lo scorso febbraio il consigliere Amati, avvocato di professione, presidente della Commissione bilancio, finanze e programmazione.

Aggiungeva: «La proposta di legge l’abbiamo scritta con il collega Pierluigi Lopalco, spingendoci al massimo possibile sul versante giuridico, in bilico su quanto può legiferare una Regione, e sul versante clinico, in estrema apertura verso tutte le nuove tecnologie, provando a ridurre il solito scarto temporale tra l’innovazione disponibile e le procedure che le mettono a disposizione».

Una volta accertata la malattia, che ne deve essere del piccino? Il duo medico & avvocato non lo spiega. Intanto, ci aspettiamo che il governo prenda posizione sulla schedatura di giovani in base a un vaccino non essenziale.

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