L’agricoltura Ue si fa più «italiana». Tagliola emissioni per polli e maiali
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Passa la linea del governo sulla Pac, non su alcuni allevamenti equiparati a fabbriche.

Il tentativo è quello di portare a casa un pareggio. In zona Cesarini ieri la Commissione di Strasburgo ha iniziato l’esame della mini-riforma della Pac (Politica agricola comunitaria, ndr) e la linea espressa da Francesco Lollobrigida nell’Agrifish (è il Consiglio dei ministri agricoli) di metà marzo è apparsa solida: si va in quella direzione. Anche per evitare che i trattori si rimettano in moto: la vittoria della protesta degli agricoltori, anche se non piena, appare evidente nelle nuove misure.

I trattori hanno sconfitto l’ideologia green, almeno nei campi. Tra il 22 e il 25 aprile c’è l’ultima «plenaria» dell’Europarlamento e la posizione espressa dalla Commissione deve essere ratificata altrimenti i trattori si rimettono in marcia. Perché è un pareggio per l’Italia? Nessuno se n’è accorto o ha voluto farci caso, ma con l’Ecofin del 12 aprile, quando è stato dato il via libera alla direttiva sulle case green (contrarie l’Italia e l’Ungheria, astenuti altri cinque Paesi), è passato anche un altro provvedimento: l’assimilazione degli allevamenti alle industrie per le emissioni. Germania e Francia, con buona soddisfazione di Polonia e Olanda, hanno escluso gli allevamenti bovini. All’Italia andava benissimo di non equiparare le stalle alle fonderie, ma all’ultimo è scattato il blitz. I bovini possono emettere quanto vogliono: polli e maiali no.

Per farla corta, chi ha più di 350 maiali, più 280 polli, più di 300 galline ovaiole o più di 380 capi da allevamento misto di suini e pollame deve sottostare alla direttiva sulle emissioni. E anche per le vacche da latte la partita non è del tutto chiusa perché entro il 2026 la Commissione valuterà se intervenire sulle emissioni da bovini. Ma ci sarà un’altra Commissione e, forse, Frans Timmermans sarà solo un ricordo. Dunque l’Italia, rimasta da sola anche se Bulgaria, Austria e Romania si sono astenute, non è riuscita a far passare la sua linea.

Diversamente, ieri in Commissione parlamentare agricoltura si è cominciato a votare sulla parziale riforma della Pac. Seguendo la direzione tracciata dall’Italia e che Ursula von der Leyen aveva fatto propria, è passata la linea che esenta le aziende che hanno meno di 10 ettari (sono il 65% di quelle che ricevono i contributi Pac, ma rappresentano appena il 9,6% di terreni coltivati in Europa) dalle cosiddette condizionalità e dalle relative sanzioni e pastoie burocratiche. Le condizionalità sono una serie di regole che l’azienda deve rispettare per poter accedere alla contribuzione Pac (almeno al primo asse: quello dei contributi diretti). Si chiamano anche Bcaa (Buone condizioni agronomiche e ambientali, ndr) e ce ne sono di astruse: tipo non bruciare le stoppie.

In questa mini-riforma della Pac ne vengono toccate quattro: la 5, la 6 e la 7 (gestione della lavorazione del terreno per ridurre i rischi di degrado ed erosione del suolo evitando di coltivare dove c’è troppa pendenza, che è come dire fare secca l’agricoltura di montagna, la metà di quella italiana; copertura minima del suolo per evitare di lasciarlo nudo quando ci sono gelate o alluvioni: si chiama pacciamatura e in Italia si fa a millenni; rotazione delle colture sui seminativi, ad eccezione delle colture sommerse ad esempio il riso) ora vengono demandate alla gestione diretta dei 27 Stati membri che possono decidere come attuarle.

In particolare per la rotazione delle colture, su esplicita richiesta del governo italiano e degli eurodeputati di centrodestra, che la Commissione ha deciso di mantenere, viene data la possibilità di sostituirla con la diversificazione delle colture. La quarta condizionalità che viene modificata è la 9, che poneva il divieto di conversione o aratura dei prati permanenti indicati come tali che passa anche questa sotto il controllo degli Stati. Cancellata ma solo per un anno – si decide tutto dopo le europee – l’idea di abbandonare il 4% di superficie agricola per avvantaggiare la rinaturalizzazione, mentre vengono disposti acconti sui contributi sin qui dovuti.

È un passo avanti di una qualche importanza che ha trovato l’opposizione di sinistra e verdi. Quando l’aula di Strasburgo ha deciso di demandare alla Commissione agricoltura l’approvazione della nuova Pac (in realtà, la politica agricola nel suo insieme sarà discussa dal nuovo Parlamento e avrà valore 2025-2027) si sono espressi a favore dell’iter accelerato in 432, 155 sono stati i contrari e 13 gli astenuti. Il no è venuto dalla sinistra europea e dal gruppo dei Verdi, oltre che da una ventina di socialisti e democratici e dai non iscritti (tra cui tutti gli eurodeputati del Movimento 5 stelle).

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