Salvini punta i piedi sul nuovo catasto: «Il Parlamento fermi il salasso sulla casa»
  • Il premier giura: «No ad aumenti d’imposte». Il leghista: «L’Aula lo certifichi». Poi sferza Enrico Letta: «Dal governo escano lui e Conte».
  • Sospetti di Fdi su Giancarlo Giorgetti e Fi: «Vogliono stare con i dem». E la federazione è abortita.

Lo speciale contiene due articoli.

Sulle tasse, la Lega stana Mario Draghi, costretto ad assicurare pubblicamente che nessuna patrimoniale è in arrivo e che non verranno toccate le case degli italiani. Ma Matteo Salvini non abbassa la guardia e mette in chiaro che allora, se è vero quello che ha detto ieri il premier dalla Slovenia, il Parlamento dovrà per forza cambiare la delega fiscale che mercoledì i ministri del Carroccio non hanno votato. Anche perché dal Pd continuano ad arrivare segnali bellicosi.

In mattinata, fuori dal Senato, Salvini sventola davanti ai cronisti il testo della legge delega e cerca di spiegare che il Carroccio non ha fatto alcuna guerra ai fantasmi, né si è concesso una vendetta sul voto. Con insolita pedanteria, il leader del Carroccio indica i due commi del testo voluto dal ministro dell’Economia, Daniele Franco, nei quali, con assoluta chiarezza, si spalanca la strada a una mazzata fiscale, magari da parte di un futuro governo con una maggioranza diversa da quella attuale. Anche perché è un fatto noto che la Lega sia entrata in maggioranza proprio per evitare brutti scherzi sul fisco. «Partendo da quello che c’è scritto, perché verba volant, scripta manent», spiega Salvini, «nella delega fiscale approvata ieri in Cdm, al comma 2 dell’articolo 7, lettere a e b, c’è un aumento possibile delle tasse sulla casa. Ecco perché la Lega non ha votato». Poi sgancia la bomba che poche ore dopo convincerà Draghi a chiarire i suoi progetti, ovvero l’allarme sulla patrimoniale: «Io non firmo un assegno in bianco e non mi basta che il ministro dell’Economia dica che gli aumenti potrebbero esserci dal 2026 […] , perché questa è una patrimoniale su un bene già tassato». E quindi: «La Lega non darà mai il suo ok a un aumento delle tasse».

Con la pressione fiscale ufficiale (fonte Istat) al 43%, a metà giornata Draghi capisce che non se la può cavare con la difesa d’ufficio dei giornaloni e di Enrico Letta, ma deve dare assicurazioni pubbliche con le quali, ovviamente, scavalca a destra i suoi zelanti fan. Dal vertice Ue in Slovenia sui Balcani, l’ex presidente della Bce, che precisa, piccato, di non poter «seguire il calendario elettorale», scandisce: «Questo governo non tassa, non tocca le case degli italiani. L’ho detto fin dall’inizio: questo governo non aumenta le tasse». Poi, comprensibilmente, prova a difendere la legge delega preparata da Franco, il ministro più fidato che ha, definendo l’aggiornamento del catasto una semplice «operazione di trasparenza». In conferenza stampa, Draghi chiede provocatoriamente: «Ma perché nascondersi dietro l’opacità e calcolare le tasse sulla base di numeri che non hanno senso? Sono numeri che sono stati verificati vent’anni fa […] Non è meglio fare luce, essere trasparenti? E poi la decisione se far pagare o meno è una decisione assolutamente diversa ma intanto facciamo chiarezza». Il problema è proprio in quell’avverbio «intanto», che potenzialmente apre un’autostrada al primo Mario Monti che passa, o allo stesso Franco, nel caso Draghi traslocasse al Quirinale. E visto quello che è accaduto in passato sul Patto di stabilità e su altre eurofregature, è facile immaginare che il giorno in cui salissero le tasse sulla casa il governo di turno si difenderebbe così: «Ma come, a ottobre 2021 non eravamo tutti d’accordo?». Poi, certo, il Draghi da esportazione non può smentire, per la pura soddisfazione di Pd e M5s, il Draghi che andò in Confindustria a promettere di non aumentare le tasse. E così anche ieri ha provato a garantire: «Non aumenteremo le tasse e il motivo è semplice e l’ho detto tante volte: l’economia italiana prima del Covid era molto fiacca e quando è entrata nella pandemia ha avuto un trauma, un tracollo tra i più alti tra i paesi Ue. Ora non turbiamola con attacchi fiscali».

Per adesso, l’incidente potrebbe anche chiudersi se fosse solo una questione tra Salvini e Draghi, che nelle prossime ore potrebbero parlarsi direttamente e che comunque credono l’uno alla parola dell’altro. Il problema è che nella maggioranza c’è chi soffia sul fuoco delle tasse e tira la giacca al premier. E poi c’è il Parlamento, che per la Lega deve correggere la delega fiscale ma ovviamente poi è sovrano. Così nel pomeriggio, dopo le rassicurazioni da Lubiana, dal quartier generale della Lega filtra soddisfazione. Ma una soddisfazione vigile: «Bene Draghi contro patrimoniale e nuove tasse sulla casa, adesso il Parlamento in Aula tolga ogni accenno a riforma del catasto che preluda a nuove tasse sulla casa», dicono i salviniani. Che poi aggiungono una richiesta supplementare, come in ogni trattativa concreta, ovvero una nuova rottamazione delle cartelle esattoriali.

Ieri Letta non ha certo fatto il pompiere e intervistato dal Corriere della Sera ha sparato: «Lo strappo sul fisco è gravissimo e irresponsabile […] La riforma fiscale è fondamentale per avere i soldi del Pnrr». Tre sindaci eletti al primo turno e siamo già tornati al mitico «ce lo chiede l’Europa»? Mentre un suo fedelissimo come il ministro Francesco Boccia tenta di ributtare la palla nel campo della Lega, sostenendo che «Draghi ha presentato una delega frutto di un lungo lavoro fatto anche dai leghisti. La cosa che sconforta è che questa reazione è forse dovuta ai risultati elettorali». Ma Salvini ha ribadito per tutto il giorno che «il sostegno al governo non è in discussione» (se non alza le tasse); piuttosto, dall’esecutivo «escano Letta e Conte». E ha aperto anche un nuovo fronte, bollando come «una presa in giro senza senso scientifico, sanitario, sociale ed economico» la riapertura delle discoteche con il green pass e la capienza solo al 35%.


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