• I due bisticciano a parole, poi nella sostanza trovano un nuovo accordo sulla volontà comune di «rendere operativo il Parlamento». Ma per il passo successivo bisogna aspettare le regionali. Alle quali Forza Italia, complici sondaggi choc, guarda con sempre maggior timore.
  • Via al secondo giro di consultazioni con i partiti. Il presidente Sergio Mattarella vuole stringere i tempi e i nomi di Elisabetta Alberti Casellati e Roberto Fico serviranno come spauracchio per i leader. Il centrodestra andrà in formazione completa con Silvio Berlusconi.
  • Oggi il leghista Nicola Molteni sarà eletto presidente dell’organismo speciale della Camera con i voti grillini. Ad annunciarlo, un comunicato congiunto. La mossa lascia più libero Giancarlo Giorgetti, possibile premier «terzo».
Altro giro, altro centro. Quando c’è un obiettivo concreto da raggiungere con una maggioranza a due, Luigi Di Maio e Matteo Salvini sono infallibili tiratori da luna park. Non sbagliano un colpo e sembra che si stiano allenando a diventare davvero i primi due consoli della Terza repubblica. È bastata una telefonata fra loro per decidere chi sarà il presidente della commissione speciale della Camera, ruolo strategico per il funzionamento del Parlamento: oggi Nicola Molteni, avvocato di Cantù e deputato leghista fra i più giovani e preparati, si siederà su quella poltrona. Al Senato nella stessa posizione c’è il pentastellato Vito Crimi.

A poche ore dalle seconde consultazioni del capo dello Stato, il segnale è forte anche perché è stato suggellato da un comunicato congiunto che somiglia a una partecipazione di nozze. I due leader «si sono sentiti al telefono e con spirito di collaborazione, per rendere operativo il Parlamento al più presto, hanno concordato di votare alla presidenza della commissione speciale della Camera il deputato della Lega Nicola Molteni». Traduzione: possiamo proseguire d’amore e d’accordo, senza rendere conto a nessuno, come intuì il writer del bacio appassionato sul muro dietro Montecitorio, più lungimirante di tanti notisti politici. Dopo giorni di maretta, di «mai più» e di corteggiamento di facciata grillino al Pd, l’asse Salvini-Di Maio torna d’attualità mostrando tre punti forti e uno debole.

Quelli forti: 1) la consonanza generazionale e di freschezza politica del messaggio, visto che anche Molteni fa parte della nouvelle vague del Carroccio (42 anni) nonostante sia alla terza legislatura. Una rivoluzione che 5 stelle e Lega stanno operando in silenzio, senza rottamazioni proclamate ma con determinazione; 2) la convinzione che i lavori delle Camere debbano partire e che i vincitori delle elezioni debbano avere in mano le leve dell’ordinaria amministrazione, finora delegata agli sconfitti ridotti a fantasmi dell’opera. «Le Camere devono essere subito operative», ha sollecitato Salvini riferendosi soprattutto al Def, il documento di programmazione economica e finanziaria che entro il 30 aprile dovrà essere consegnato a Bruxelles; 3) il programma convergente e praticamente scritto sulle tasse da abbassare (flat tax al 20% e non al 15%), sugli immigrati, sull’Europa e su un reddito di cittadinanza light. Il punto debole è il solito: Di Maio vuole governare con la Lega ma senza Forza Italia per non irritare la base (il 60% dei suoi elettori è di sinistra), mentre Salvini non intende rompere con Silvio Berlusconi.

Oggi pomeriggio tutti a prendere il tè da Sergio Mattarella, con il rinnovato contatto operativo fra i due vincitori del 4 marzo e la sensazione che stia accadendo qualcosa di significativo anche dentro Forza Italia. Dopo il rinnovamento delle cariche ai vertici dei gruppi parlamentari, il partito azzurro continua nell’opera di ringiovanimento con la nomina di Giorgio Mulè, ex direttore di Panorama e sorprendente trionfatore in Liguria, a portavoce unico per Camera e Senato. Una decisione presa da Berlusconi per evitare discrepanze, voci fuori sincrono, recite a soggetto come quelle del recente passato in una fase così delicata.

Il centrodestra, quindi, sale unito dal presidente della Repubblica con un Salvini rinfrancato e un Giancarlo Giorgetti con le mani libere. Lo stratega della Lega era favoritissimo per la poltrona di Molteni, ma un simile ruolo ne avrebbe limitato i margini di manovra. Così è papabile per un incarico da premier di coalizione, capace di andare a cercare i voti in parlamento grazie alla credibilità personale. E in grado di garantire non solo la Lega, ma anche Forza Italia.

Dovesse fallire il blitz, il piano B di Berlusconi – che vede affievolirsi sempre più l’ipotesi amata di un accordo con i renziani del Pd (Salvini non ne vuole neppure sentire parlare) -, sarebbe la proposta di un appoggio esterno (la frase di ieri di Salvini «pronti a governare anche da soli» sembrava lasciata in sospeso apposta).

Una posizione sulla quale Di Maio potrebbe ammorbidirsi, anche se ieri sera a Porta a Porta ha ribadito: «Questa Lega è diversa, non le chiedo parricidi o tradimenti, la coalizione è nata solo per il Rosatellum. Berlusconi lasci il compito di governare alle nuove generazioni». Meglio della bordata di Alessandro Di Battista: «È il male assoluto del nostro Paese».

In questa fase non c’è leader che dimentichi gli elettori e preveda passi azzardati. Lega e 5 stelle sono movimenti passionali; è troppo presto per i colpi di teatro poco comprensibili. Però martedì sera Nando Pagnoncelli a DiMartedì ha dato due numeri fondamentali: da un sondaggio Ipsos il 48% dei leghisti sarebbe favorevole a sganciarsi da Forza Italia e fare un governo con i 5 stelle e il 18% non si esprime. Un segnale importante almeno quanto il filo diretto ritrovato fra Salvini e Di Maio.

«Di sicuro non accadrà niente prima del 29 aprile», dicono nei corridoi di via Bellerio. Quello è il giorno delle elezioni in Friuli Venezia Giulia, dove il candidato di centrodestra Massimiliano Fedriga (Lega) può fare il pieno. I sondaggi lo danno fra il 45 e il 51%, nettamente davanti a Sergio Bolzonello (centrosinistra) e ad Alessandro Fraleoni Morgera (5 stelle). A proposito del voto regionale, ieri Salvini ha detto: «Chi vota in Molise come in Friuli sappia che può darci una mano ad accelerare la nascita del governo, votando Lega. Se la Lega e il centrodestra vinceranno queste due elezioni, vedrete che il governo arriva in fretta, qualcuno abbassa la cresta e noi finalmente cominciamo a lavorare». Poi, citando Alberto Sordi nel Marchese del Grillo: «Chi vuole governare non dica, Io so’ io e voi nun siete un c…».

È l’ultima spintarella a Di Maio perché ammorbidisca i suoi «niet». Ma è anche un monito agli alleati, perché i numeri a disposizione di Forza Italia (fonte Demopolis) in Friuli sono da pianto. Mentre la Lega è al 30%, il partito azzurro viene dato all’8% con tendenza a scendere. Anche per questo nessuno, tranne i due consoli senza scettro, oggi ha più voglia di minacciare nuove elezioni.

Giorgio Gandola

Da non perdere

Renzi teme l’accordo Vannacci-centrodestra
Governo

Renzi teme l’accordo Vannacci-centrodestra

Mentre il partito del generale continua a crescere (e lui, dopo la Lega, vuole superare anche Forza Italia), tra le opposizioni si fa strada l’incubo della grande alleanza tra le fila degli avversari. Ma toccherà a Giorgia Meloni sciogliere tutti i nodi dell’intesa.