- L’ex premier fa una pausa nel tour mondiale e lancia messaggi al ministro Emanuela Trenta e ai colleghi: «Potremmo farvi lo screening»
- Da renziano di ferro, eroe della Leopolda, a tifoso dell’esecutivo gialloblù. Il patron di Eataly ha già mollato il Bullo: «Se Matteo ha perso vuol dire che ha sbagliato».
Lo speciale contiene due articoli
Viene da chiedersi che ci facesse ieri a Palazzo Madama Matteo Renzi. Non aveva deciso di prendersi un periodo sabbatico per fare il conferenziere a gettone, sulle orme di Barack Obama? Non aveva forse scelto di girare il mondo, pur mantenendo poltrona e stipendio da parlamentare?
Tranquilli, pare non abbia assolutamente cambiato idea ma, prima di partire oggi stesso per gli Usa dove lo attendono le celebrazioni per Bob Kennedy, ha voluto fare un ultimo salto in Senato, forse anche per giustificare la busta paga. E poi l’occasione era ghiotta e importante, si trattava di negare la fiducia al nuovo governo di Giuseppe Conte, definito «anche lui premier non eletto», e di motivarne la bocciatura: «È un contratto scritto con l’inchiostro simpatico, è garantito da un assegno a vuoto». Che il boy scout di Rignano avesse le doti per diventare un buon conferenziere, già lo sapevamo. Ma quello che ieri ha più colpito del suo discorso è stato un passaggio che pareva quasi liberamente ispirato al Padrino. Ovviamente il paragone è ironico, però il senatore di Scandicci, rivolgendosi al neo premier ha spiegato: «Noi le garantiamo che la nostra opposizione non occuperà mai i banchi del governo, non insulterà mai i ministri della Repubblica, non attaccherà mai le istituzioni del nostro Paese al grido mafia, mafia, mafia». E quindi l’affondo, vagamente minaccioso, rivolto a Lega e 5 stelle: «Pensiamo che in quei banchi ci sia la coalizione di domani, noi siamo un’altra cosa. Siete diversi, ma avete lo stesso metodo di violenza verbale. Anche noi potremmo farvi lo screening, ma non lo facciamo perché noi siamo un’altra cosa». Quindi lascia trasparire di sapere qualcosa sugli esponenti gialloblù: che esistono intercettazioni scomode, che alcuni hanno problemi con il fisco, con la giustizia e che c’è chi ha assunto parenti come portaborse. Insomma, fa intendere che potrebbero esserci dossier che però non verranno usati né tantomeno sbattuti sui social, perché il Partito democratico è un’altra cosa. Chi ha orecchie per intendere intenda.
Primo obiettivo dell’ex premier è comunque il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta: «Non avete più alibi ora rappresentate il potere. Noi inizieremo a fare opposizione, convocando la ministra della Difesa al Copasir per sapere di alcuni fatti che lei conosce, non faremo sconti». Il riferimento è al sospetto conflitto di interessi che l’Espresso ha sollevato sulla Trenta, già presidente di una società che si occupa di reclutamento di contractor.
Ma lasciando Palazzo Madama, come d’altronde vuole fare lui, torniamo al Renzi conferenziere a carico degli italiani. Dopo il fondo di Maurizio Belpietro «Caro Renzi, dovrebbe spiegarci chi la paga», si è scatenato un fuoco incrociato, amico e non, sull’ex presidente del Consiglio. Lui stesso è intervenuto per tentare di difendesi: «Io faccio il senatore, dopo di che faccio altre cose come tutti». Ma le cose non stanno così, quello dell’oratore non è un hobby o un dopolavoro: infatti il suo progetto è prendersi almeno quattro mesi sabbatici per tenere discorsi a pagamento tra capi di Stato, imprenditori di chiara fama, personalità di vario genere e lobbisti. Un tour garantito dalla rete di rapporti intessuti durante i mille giorni a Palazzo Chigi, sulla scia di Barack Obama e Tony Blair, gettonati conferenzieri che però sono privati cittadini e non ricoprono incarichi politici. L’ex premier aveva giurato di voler immergersi da subito nel ruolo da «senatore semplice di Firenze e Scandicci», mentre invece è già volato in Kazakistan e poi in Qatar al fianco del fedelissimo Marco Carrai a discettare con un emiro. Ieri è passato da Roma dopo aver trascorso due giorni a Pechino, giusto il tempo per votare contro la fiducia al governo e poi è decollato di nuovo. Stavolta verso gli Stati Uniti, dove la famiglia Kennedy lo attende per celebrare i 50 anni dalla morte di Bob. Esattamente andrà ad Arlington, al cimitero degli eroi Usa. Qui, dove l’ex presidente americano Bill Clinton terrà l’intervento chiave, il senatore toscano è stato chiamato per un breve speech. Un invito dovuto alle ottime relazioni strette quando era sindaco di Firenze con Kerry Kennedy, figlia di Bob. Il 18 luglio, invece, tappa in Sudafrica per ricordare i 100 anni dalla nascita di Nelson Mandela, al quale nel 2012 consegnò il Fiorino d’oro, massima onorificenza fiorentina, poco prima della sua scomparsa.
Una vita nova, quella dell’ex segretario Pd, che non piace né convince neppure la stessa sinistra. C’è chi, come Massimo Cacciari, invoca punizioni corporali: «Andrebbe sculacciato. Questo andare in giro per il mondo per conferenze e non farsi più vivo», spiega il filosofo, «è esattamente quello che tutte le persone di buonsenso gli avevano consigliato dopo il referendum. Che lo faccia ora è mossa insignificante e tardiva».
C’è anche chi, come Roberto Saviano, lo accusa di fuggire dal disastro da lui stesso provocato: «Dopo aver completato, con enormi errori e inspiegabili forzature politiche, la distruzione del fronte riformista italiano», afferma sui social l’autore di Gomorra, «il senatore pensa bene di far sapere a tutti che, nei prossimi mesi, sarà in giro per il mondo: magari vuol carpire il segreto della vittoria».
C’è chi ha additato a Renzi come esempio il globetrotter grillino Alessandro Di Battista, che, «con onestà e rispetto verso i cittadini», ha preferito rinunciare allo scranno in Parlamento per dedicarsi ad altro. Scelta non condivisa dal senatore di Scandicci che preferisce avere la botte piena e la moglie ubriaca. Motivo per cui il leghista Roberto Calderoli ha chiesto che abbandoni definitivamente Palazzo Madama: «Annuncia che starà fuori per qualche mese? Ne siamo lieti, finalmente ha deciso di andare a fare danni altrove. Ma ci attendiamo che, con coerenza, presenti immediate dimissioni dal Senato».
Alfredo Arduino
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