- La modifica alla griglia dei colori aumenta il caos nel Paese. Luoghi di ritrovo ancora serrati, più difficili gli spostamenti.
- Al magistrato tutelare il compito di studiare le cartelle cliniche degli anziani che non sono in grado di intendere e di volere.
Lo speciale contiene due articoli.
Altro che settimana di Capodanno e dell’Epifania: siamo precipitati in un’edizione speciale della Settimana Enigmistica, tra rebus complicatissimi e prove da autentico rompicapo. Roba da andare in giro con il vademecum in tasca. E se non parlassimo di cose drammaticamente serie, ci sarebbe perfino da ridere di un paese scaraventato in questo caos senza alcuna razionalità.
Basterà riassumere tutto così, prima di entrare nei dettagli: per i prossimi cinque giorni, ci saranno regole uniformi in tutta Italia, ma diversificate giorno per giorno, tanto per facilitare equivoci e incomprensioni; poi, scatteranno regole differenziate regione per regione, ma ancora sconosciute (se va bene, ne sapremo qualcosa venerdì 8).
Oggi, 6 gennaio, giorno della Befana, siamo tutti rossi (non politicamente). Quindi, arresti domiciliari, nessuno spostamento possibile, tranne le solite eccezioni (lavoro, salute, stato di necessità) da giustificare con autocertificazione sempre a portata di mano. Altra eccezione (ma sempre con il lasciapassare fantozziano bene in vista): visita ad amici o familiari, muovendosi in due (con eventuali minori di 14 anni: il solito figlio quindicenne va invece abbandonato al suo destino, secondo il governo). Alle 22, tutti a casa: c’è il coprifuoco.
Domani e dopodomani, giovedì 7 e venerdì 8, avremo l’illusione del giallo. Perché l’illusione? Perché i nostri eroi hanno partorito il «giallo rafforzato», con relativo blocco della mobilità tra regioni. Quindi, spostamenti solo entro i confini regionali: oltre, serve l’autocertificazione per i soliti motivi eccezionali. E resta il coprifuoco: tutti rinchiusi alle 10 di sera. Ancora blindati palestre, piscine, cinema, teatri, musei.
Negozi (per fortuna) aperti fino alle 20. Bar e ristoranti teoricamente aperti, ma solo fino alle 18 (dopo, solo asporto): però in queste condizioni, e con la prospettiva, come vedremo, di chiudere sostanzialmente di nuovo dal giorno dopo, è scontato che un numero elevatissimo di esercizi sceglierà di non aprire.
Nel weekend, sabato 9 e domenica 10, diventeremo improvvisamente arancioni. Spostamenti vietati fuori dal proprio Comune. Necessità dell’autocertificazione per giustificare le solite eccezioni.
Torna la possibilità di visita (sempre in due, e sempre potendo includere solo i ragazzi con meno di 14 anni) a amici e parenti. Ritorna l’immancabile coprifuoco: tutti blindati alle 22. Bar e ristoranti costretti a consentire solo l’asporto. Negozi (almeno quelli) aperti.
Se non siete impazziti fino a questo punto, preparatevi a farlo d’ora in poi. Per sapere cosa potremo o non potremo fare dall’11 al 15 gennaio, occorrerà infatti attendere venerdì 8, quando l’oracolo Roberto Speranza, sentito l’Istituto superiore di sanità, varerà l’ordinanza che ridifferenzierà le regioni tra loro (gialle, arancioni, rosse). Ma con una nuova variante. Nel timore (non sia mai!) che i mitici 21 parametri possano consentire alla gran parte delle regioni di essere gialle, scatterà un giro di vite per rendere quei criteri più restrittivi: morale, per scendere dal giallo all’arancione sarà sufficiente un indice di contagio pari a 1 (non più 1,25), e per passare ancora più giù al rosso basterà l’Rt a 1,25 (non più 1,50).
Dunque, caos, incertezza, tendenza alla regolamentazione ossessiva, nessun riguardo per un’economia già al collasso.
Giova peraltro ricordare che, per tre mesi, ci era stata raccontata l’esistenza di 21 parametri oggettivi, volti – nella logica fredda e inflessibile di un algoritmo – a eliminare ogni discrezionalità e arbitrarietà politica. E i cittadini e le regioni avevano subìto e accettato anche con pazienza eccessiva questa imposizione, accompagnata da regole draconiane per risalire la classifica in caso di retrocessione dal giallo all’arancione o dall’arancione al rosso: si ricorderà che, per ottenere la «promozione», occorreva mantenere per due settimane i dati della categoria superiore senza mai sgarrare, pena la ripartenza del conteggio dei 14 giorni.
Dopo tanta fatica, l’Italia si ritrovò tutta gialla, con il governo che mise le penne del pavone, e lanciò l’iniziativa natalizia del cashback. Risultato?
Dopo un weekend in cui i cittadini avevano semplicemente fatto ciò che era loro consentito (cioè un po’ di passeggiate e shopping), i cavalieri dell’apocalisse sanitaria richiusero tutto, fino alle regole festive dettate nottetempo da Giuseppe Conte venerdì 18 dicembre, ad appena sei giorni dalla vigilia di Natale, tanto per dare il colpo di grazia a bar, alberghi e ristoranti.
Non paghi di quell’indimenticabile performance, i nostri governanti hanno deciso stavolta di fare ancora peggio, cambiando perfino i parametri se rischiano di non portare a un lockdown strisciante generalizzato.
Resta infine un punto di fondo, che va perfino al di là della astrusa (e largamente dannosa e inefficace) regolamentazione dettata dall’esecutivo: ed è l’enorme preoccupazione che suscita la pretesa stessa di un governo di disporre così arbitrariamente delle nostre vite, di giocare con la casa e il lavoro dei cittadini, trattandoci come sudditi. Se doveva essere un esperimento sociale orwelliano, è purtroppo largamente riuscito.
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