Non si dice ma c’è pure il referendum. Ecco come (e per che cosa) si vota
  • L’attenzione è concentrata sulle regionali, però a settembre si va alle urne per il taglio dei parlamentari. Favorevoli o contrari, gli schieramenti devono chiarire i dubbi e le criticità della riforma costituzionale.
  • Vito Crimi getta acqua sul fuoco invano, il Movimento è allo sbaraglio: tra scontri interni e voltafaccia, si prepara a digerire perfino il Mes. Mentre il consenso si è dimezzato.

Lo speciale contiene due articoli.

Se ne sono accorti in pochi, eppure il prossimo 20 settembre in calendario non ci sono solo delle elezioni regionali, ma anche un referendum costituzionale confermativo, quello comunemente definito sul taglio dei parlamentari. A ben vedere, la scelta dell’accorpamento in un’unica data di votazioni così diverse sarà un elemento tutt’altro che neutro. A prima vista, infatti, un osservatore distratto potrebbe convenire con l’idea dell’election day: scadenze concentrate e il risparmio di qualche euro. Attenzione, però: le cose sono più complicate. Per quanto sia immaginabile un esito scontato della consultazione, accorpare quel voto a una scadenza regionale a fortissima intensità politica, con il grosso della campagna elettorale ad agosto, a televisioni di fatto spente (quasi senza talk show, senza approfondimenti, senza adeguata informazione radio-tv), significa accettare il precedente per cui una riforma costituzionale avverrà (o non avverrà) senza alcuna seria possibilità per i cittadini di discutere la posta in gioco.

Ricordiamo di che si tratta. Nei mesi scorsi, è arrivata in porto una riforma costituzionale (quattro passaggi parlamentari) che porterebbe il numero dei deputati da 630 a 400 e quello dei senatori da 315 a 200. Su questa iniziativa, cara ai grillini, gli alleati del Pd ne hanno letteralmente combinate di tutti i colori: a lungo contrari alla riforma, sono poi divenuti favorevoli nell’ultima votazione, avendo nel frattempo varato il Conte bis.

Dopo il quarto e ultimo voto (avvenuto alla Camera il 7 ottobre scorso con soli 14 contrari), si poteva aprire la finestra per sottoporre questa decisione a referendum. In questo caso, non si sono trovati 500.000 cittadini disposti a sottoscrivere la richiesta, ma hanno provveduto un quinto dei membri di una Camera, cioè una pattuglia trasversale di parlamentari. Morale: toccherà agli italiani dire sì o dire no alla conferma del taglio. Se prevalesse il no, ovviamente tutto resterebbe com’è ora. Se vincesse il sì, il primo adempimento necessario sarebbe sistemare la legge elettorale per adeguare il numero dei collegi al nuovo (e più piccolo) numero di deputati e senatori.

Non credete a chi vi dirà che occorrano tempi biblici per questa operazione, con ciò chiudendo la strada a un eventuale scioglimento delle Camere, o affermando che la sistemazione dei collegi avrà effetti insuperabili sulla chiusura della legislatura, qualora il governo Conte andasse in crisi. Basterebbe solo ricavare – prima dell’eventuale scioglimento – il tempo strettamente necessario (e con l’impegno di tutti e la supervisione del Quirinale, si potrebbero evitare dilazioni temporali pretestuose) per approvare alla Camera e al Senato l’adattamento tecnico della legge elettorale al diminuito numero di parlamentari. Nei cassetti degli uffici legislativi giacciono simulazioni prontissime: si tratta solo di scegliere. Naturalmente, nel momento in cui si mette mano ai collegi resta da capire se, in extremis, qualcuno cercherà lo spazio anche per un’ulteriore correzione della legge elettorale: e non si tratta mai di scelte dagli effetti banali.

Entrando nel merito del referendum, vale la pena di sollecitare i sostenitori delle due tesi opposte a qualche chiarimento. Ai sostenitori del sì, grillini in testa, si può forse rimproverare il fatto di aver dato solo una curvatura anticasta a un taglio che avrebbe avuto bisogno di una cornice coerente e chiara. Che forma di stato vogliamo? Che forma di governo preferiamo? Volete portarci a Washington (con il presidenzialismo), a Londra (con il premierato), o, purtroppo, a Tripoli, confermando l’attuale assetto parlamentarista ma aggravandolo con una legge ancora più proporzionale che ridurrebbe la politica italiana, perfino più di adesso, a una rissa tra tribù e fazioni?

Avere oltre 300 parlamentari in meno (bene) servirà a poco se però saremo tutti appesi alle mutevoli volontà e ai piccoli ricatti dei partiti e partitini che diverranno decisivi per formare le coalizioni traballanti che ci governeranno. Serviva e servirebbe un respiro diverso. Ad esempio, proporre agli italiani un disegno coerente: un assetto istituzionale «decidente» (come in Usa o in Uk), un sistema elettorale coerente, e, in quel quadro, stando comunque attenti a evitare collegi troppo vasti che renderebbero i candidati «irraggiungibili» dagli elettori, una forte riduzione del numero dei parlamentari avrebbe senso.

Non mancano criticità forti anche sul lato opposto, quello dei sostenitori del no, cioè di coloro che peraltro hanno promosso il referendum. In primo luogo, per l’evidente strumentalità con cui la raccolta di firme è avvenuta in Parlamento alcuni mesi fa: con molti peones (non tutti, per carità) che hanno firmato più che altro con il retropensiero di allungare la legislatura. In secondo luogo, perché la pura e semplice difesa degli attuali mille seggi pare a molti irrealistica, fuori dal tempo. Davvero qualcuno pensa di opporsi alla demagogia non con proposte di riforma serie e incisive, ma solo invocando la conservazione feticistica dell’esistente (e delle poltrone)? È il modo migliore di regalare ai moribondi grillini un piccolo trionfo.

Forse vale la pena di fare il possibile, nonostante il mese di agosto, per invitare tutti a una discussione di fondo, evitando di mettere ancora una volta sotto i piedi la democrazia: dopo il Parlamento umiliato con i Dpcm, dopo il prolungamento anomalo dello stato d’emergenza, rischiamo la presa in giro di una non-campagna referendaria, di una modifica costituzionale rilevantissima che avverrà (o non avverrà) senza dibattito, senza alcuna vera discussione in grado di portare l’elettorato a un sì, a un no o a un’astensione in modo davvero libero e consapevole.


Da non perdere

Renzi teme l’accordo Vannacci-centrodestra
Governo

Renzi teme l’accordo Vannacci-centrodestra

Mentre il partito del generale continua a crescere (e lui, dopo la Lega, vuole superare anche Forza Italia), tra le opposizioni si fa strada l’incubo della grande alleanza tra le fila degli avversari. Ma toccherà a Giorgia Meloni sciogliere tutti i nodi dell’intesa.