- Il presidente di Federalimentare: «Svantaggi sia per i dipendenti sia per le società. L’ex ministro dovrebbe provare a stare alla catena di montaggio a 64 anni: capirebbe perché è un errore. Oltre alla stabilità dei conti pubblici guardiamo alla crescita».
- Gli amministratori delegati di Balocco e Axitea: «Favorire il ricambio generazionale è un atto dovuto».
Lo speciale contiene due articoli
Il progetto di abolizione (o parziale riforma) della legge Fornero a dispetto delle aspre critiche ricevute dal Fondo monetario, da Bankitalia e da altre istituzioni internazionali resta nel Def. E si appresta a diventare uno dei pilastri della prossima legge finanziaria. Chi si oppone all’introduzione di quota 100, cioè alla possibilità di andare in pensione a 62 anni con 38 di contributi, sostiene nell’ordine a) che la novità di matrice leghista sia troppo costosa e quindi spacchi i conti; b) che non garantisca la staffetta generazionale; C) che entro 20 anni avremo per ogni lavoratore un pensionato.
Tutte le obiezioni non tengono però conto del fatto che la riforma Fornero aggiusta i conti sul lungo termine. Purtroppo il picco negativo di spesa pensionistica sarà nel 2037, quando gli italiani vivranno sulla propria pelle le storture delle baby pensioni. Il problema sta nel medio termine e nel miglioramento della produttività. Le modifiche introdotte dal governo Monti ingessano il mercato, come dimostrano i dati Istat. Da ormai due anni cresce l’occupazione degli over 50, mentre gli under 24 non riescono a fare il salto. Il tasso relativo di disoccupazione resta inchiodato intorno al 30%.
Ci sono imprenditori che ritengono sia arrivato il momento di mettere in discussione il dogma. Lo spiega alla Verità Luigi Scordamaglia, presidente di Federalimentare e amministratore delegato di Inalca. «Faccio una premessa», spiega, «nessun imprenditore vuole tornare ai decenni passati, quando si pianificavano pensioni baby che hanno penalizzato i giovani e zavorrato i conti, al tempo stesso le aziende hanno bisogno di strade più flessibili di quella che la legge Fornero ha cristallizzato».
È favorevole o contrario a quota 100? Ritiene che abolire la riforma Fornero riesca a creare una sorta di staffetta generazionale?
«È il momento di rivedere la Fornero. Le opzioni assimilabili a quota 100 sono interessanti e da valutare. Per quanto non da trascurare, non esiste solo il tema della stabilità dei conti da perseguire nel lungo termine, ma anche quello della produttività. E questa deve essere al più presto incrementata. Le uscite anticipate dal mondo del lavoro per talune categorie sono più che mai ossigeno per molte aziende. Non concentriamoci sui dirigenti e sugli incarichi apicali. Fare uscire in anticipo figure produttive che necessitano di una formazione basica consentirà certamente un ricambio generazionale. Il dirigente o il capo reparto con 35 anni di esperienza non potrà certo essere sostituito con il giovane appena uscito dalle scuole superiori, ma l’operaio di linea sì».
La Fornero ha penalizzato i lavoratori?
«Posso dire che alcuni aspetti della Fornero hanno penalizzato oltre ai lavoratori molte aziende in termini di produttività. Al Nord ci sarà bisogno di inserire figure under 30 e sarà difficile trovarle. A meno che non si coordinino le uscite anticipate con corsi di formazione adeguati rivolti ai giovani. Non vorrei mai che si tornasse solo a stimolare le politiche passive, i vecchi ammortizzatori sociali. Ma è bene stimolare le politiche attive in parallelo a una riforma del comparto pensionistico».
Non sono tanti gli imprenditori che la pensano come lei. Perché?
«Sono molti, magari non si esprimono. Molti vorrebbero chiedere alla politica e alla Fornero di mettersi nei panni dei diretti interessati».
In che senso?
«Un professore universitario non vorrebbe mai andare in pensione. Io però inviterei Elsa Fornero a lavorare in una linea di produzione e a continuare a farlo fino all’età di 64 anni. Capirebbe che qualcosa non funziona per il lavoratore e per l’azienda».
Il precedente governo ha puntato energia e soldi sull’industria 4.0. L’attuale esecutivo ha confermato gli impegni del precedente. Portando più tecnologia nelle aziende si potranno inserire comunque i giovani nei ruoli più bassi?
«Se portiamo più tecnologia nelle aziende, cosa che tutti si augurano, crede che la cosa possa facilitare i lavoratori anziani? Innanzitutto sarà più facile il binomio industria 4.0 e ragazzi, e poi non immaginiamo aziende fatte di robot. Per noi il valore aggiunto sarà sempre dato dagli uomini. Dunque non vedo il problema».
Rappresenta una filiera che però gode di una buona produttività. Negli ultimi dieci anni (2007-2017) il comparto agricolo ha registrato un aumento del parametro del 5,5% a dispetto di una contrazione generale dell’economia italiana, spalmata su dieci anni, del 4,1%. Anche l’alimentare ha messo a segno una crescita del 3,6%.
«Vero, è così. Immaginate cosa la filiera potrebbe fare togliendo anche il tappo che ingessa la mobilità».
Claudio Antonelli
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