- L’aumento di ieri provocato dal focolaio in un centro profughi. L’abbassamento dell’età dei malati è legato a più fattori.
- Colpiti soprattutto gli infermieri. In fabbrica appena il 2,8% dei casi denunciati all’Inail.
Lo speciale contiene due articoli.
Ormai la gestione mediatica della pandemia somiglia sempre più alla nota favola di Esopo nella quale il protagonista gridava «Al lupo! Al lupo». Ogni giorno, infatti, le istituzioni nazionali e sovranazionali – puntualmente seguite a ruota dai giornali mainstream – gettano benzina sul fuoco dell’allarmismo.
Partiamo dal bollettino giornaliero dei nuovi casi. L’aggiornamento di ieri ha rivelato 552 nuovi contagi, vale a dire 150 in più rispetto a giovedì.
Ulteriore nota negativa: nessuna regione ha segnalato zero casi. Ci stiamo forse avvicinando alla temutissima seconda ondata? Dobbiamo aspettarci da un giorno all’altro un nuovo lockdown con relativo «fuggi fuggi» dalle località di villeggiatura? Tutte domande che affollano la mente degli italiani.
Basterebbe guardare un po’ in profondità ai numeri da incubo che ci vengono spiattellati ogni giorno con violenza per rendersi conto che il Covid certo non va sottovalutato (e a maggior ragione negato), ma nemmeno considerato l’Armageddon che qualcuno vuole farci credere. Vediamo perché. Rispetto all’altro ieri, è vero, i casi sono aumentati del 37%, ma l’incremento va ricondotto pressoché interamente (+131 casi) all’esplosione di un focolaio di migranti nell’ex caserma Serena di Treviso. La buona notizia a livello nazionale riguarda i ricoverati in terapia intensiva (42, nessuna variazione rispetto a due giorni fa) e i decessi, 3, ai minimi dallo scoppio dell’epidemia. Aumentano di 17 unità i ricoverati con sintomi, per complessivi 779 su 12.924 attualmente positivi, pari al 6% del totale. Cifre che fanno comprendere come molti dei nuovi casi siano asintomatici, o quanto meno paucisintomatici, e perciò curabili a domicilio.
Tutte ragioni che non bastano a salvare i più giovani dal mirino della deriva bacchettona alla quale siamo tristemente approdati. Quotidianamente ci tocca assistere a un vero e proprio bombardamento mediatico all’indirizzo delle fasce d’età più basse. Proprio ieri, intervistato dalla Stampa, il ministro della Salute Roberto Speranza ha voluto lanciare un accorato appello che suona come un ammonimento: «In questi giorni ne stiamo vedendo di tutti i colori: discoteche, apericene, locali notturni affollati, assembramenti di ogni tipo. Alle ragazze e ai ragazzi dico: state attenti, perché voi siete il veicolo principale del contagi». Curioso che la raccomandazione a moderare brindisi e festeggiamenti arrivi dalla stessa fazione politica che nella fase esplosiva del contagio invitava a sollevare i calici, ma tant’è.
Le parole del ministro fanno il paio con l’allarme lanciato ieri dall’Organizzazione mondiale della sanità. Dal 24 febbraio, informa l’Oms commentando i dati del sistema di sorveglianza, i positivi al Covid tra i bambini sono aumentati di sette volte, mentre quelli relativi agli adolescenti sono sestuplicati. Complessivamente, a oggi il 64% dei casi riguarda la fascia di età tra 25 e 64 anni, il 19,4% quella tra 65 e 84 anni, il 3,4% gli over 84, il 9,6% i soggetti tra 15 e 24 anni, ma appena l’1,2% sotto i 4 anni e il 2,5% tra 5 e 14 anni.
E allora, dobbiamo preoccuparci? In realtà, è la stessa agenzia a spiegare che l’incremento dei casi non deve essere ricondotto esclusivamente alla «movida», quanto piuttosto a una pluralità di cause. Decisivo un cambiamento di approccio per quanto riguarda i tamponi. Mentre all’inizio della pandemia i test si concentravano sulle persone più anziane, con l’andare del tempo sono stati testati con frequenza anche i più giovani. Non solo: l’aumento dei casi nei territori con una popolazione meno anziana – come l’Africa e l’India – ha influito sull’abbassamento dell’età media. Se prendiamo come riferimento i risultati dell’indagine sierologica condotta da Lungotevere Ripa tra maggio e luglio, e i cui dati sono stati resi pubblici qualche giorno fa, si comprende come in realtà il coronavirus non guardi in faccia nessuno, piccoli e grandi. «Per quanto riguarda l’età», si legge nel rapporto Istat, «la sieroprevalenza rimane sostanzialmente stabile». Con una percentuale stimata dei positivi under 17 (2,2%) pienamente in linea con quella di tutte le coorti (2,5%).
Tra le righe si legge la necessità di tenere alto non solo il livello di attenzione nei confronti della diffusione del virus, ma anche ben stretto il morso sul tema del ritorno a scuola. Sul quale, ormai si è capito, il governo ha dato prova di non sapere esattamente come muoversi. Tra linee guida più complesse di un manuale di ingegneria, banchi monoposto in ritardo e classi pollaio che si vorrebbero evitare senza che via sia ancora totale chiarezza sulle assunzioni, tenere un clima di alta tensione sull’incremento dei casi – in parte fisiologico a seguito delle riaperture – può far comodo per celare vistose incompetenze sul versante della riapertura degli istituti scolastici. Teniamoci forte perché più che da coronavirus, come ha detto ieri il governatore del Veneto Luca Zaia, quella a cui andremo incontro questo inverno sarà con tutta probabilità una «emergenza dettata dalla psicosi».
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