Ha capito che l’Ue non è cosa buona dopo una vita a osservarla da vicino
ANSA
  • Il prof che Matteo Salvini vorrebbe all’Economia ha maturato le proprie tesi antieuropee sul campo: Bankitalia, il governo Ciampi, i grandi atenei. E quando firmammo per Maastricht, lui c’era: «La Germania ci domina».
  • Lo studioso Paolo Savona sfata il mito dell’inviolabilità del patto di stabilità e mette in discussione i dogmi dannosi dell’eurozona. Può essere l’uomo della svolta, perciò lo osteggiano.
  • Pentastellati e Carroccio fiutano l’ultimo assalto dei «mandarini» per normalizzare l’esecutivo. Un nodo da risolvere resta lo Sviluppo economico, erogatore di finanziamenti: i lumbard spingono Bonomi, ex Sea.
  • Il Colle apre il suo ombrello: «Inaccettabili i diktat al premier sui nomi». Salvini: «Noi suggeriamo, ma Savona è il meglio». L’incaricato vede i gruppi: Pd e Fi fanno muro. Da ex M5s ed eletti all’estero ossigeno al Senato. Oggi programma e ministri.

Lo speciale contiene quattro articoli.

I tedeschi? In fondo non si sono mai scrollati di dosso la visione nazista dell’Europa. La moneta unica? Un cappio che stringe al collo dell’Italia e ha dimezzato il nostro potere d’acquisto. L’economista Paolo Savona, candidato numero uno al Tesoro di Lega e M5s, non è abituato ad avere peli sulla lingua. Forse anche per questione di terra natale, la stessa Sardegna del picconatore Francesco Cossiga. E come lui, non nasconde le idee che lo animano. Spesso critiche nei confronti di Bruxelles e il suo establishment, per questo motivo si è guadagnato il soprannome di «professore antieuro», anche se è la semplificazione di un pensiero molto più articolato. Tutto ciò sembra comunque preoccupare il presidente Sergio Mattarella, che preferirebbe un ministro più gradito ai partner europei. In particolare alla cancelliera Angela Merkel, con la quale Savona ha sempre avuto pochissimo feeling. Ritiene infatti che euro ed Ue siano «creazioni della Germania», ideate «per controllare e sfruttare in maniera coloniale gli altri Paesi europei».

Come si legge nella sua autobiografia, che verrà pubblicata a breve: «La Germania non ha cambiato la visione del suo ruolo in Europa dopo la fine del nazismo, pur avendo abbandonato l’idea di imporla militarmente».

Secondo il suo autorevole parere, il nazismo proponeva la Germania come Paese d’ordine e pretendeva che tutte le monete si dovessero comportare come il marco. Il resto dei Paesi, Italia compresa, non doveva dedicarsi all’industria ma all’agricoltura, al turismo e al benessere dei tedeschi. Savona ha sempre affermato che l’unica differenza (non da poco, a dire il vero) sta nel fatto che prima il Terzo Reich voleva imporsi manu militari. Oggi invece i tedeschi hanno inventato un meccanismo che si chiama Europa unita e che «porta gli stessi effetti».

Nonostante i pareri chiari e lapidari, non bisogna però pensare a Paolo Savona come a un iconoclasta, pronto a dare alle fiamme il Reichstag o Palazzo Berlaymont, sede della stigmatizzata Commissione europea. Stiamo parlando di un politico e studioso nato e cresciuto all’interno delle istituzioni, il cui curriculum è inattaccabile. Dopo la laurea cum laude nel 1961 comincia la carriera al centro studi di Banca d’Italia, dove diventa direttore. Le esperienze all’estero sono di primissimo ordine: si specializza in economia monetaria ed econometria al Massachusetts Institute of Technology di Boston, dove collabora con Franco Modigliani e studia con Giorgio La Malfa la curva dei rendimenti dell’economia italiana. Sempre oltreoceano collabora con la Federal Reserve a Washington, dove studia il funzionamento del mercato monetario in vista dell’emissione in Italia dei Bot. Scorrere l’intero curriculum del professore, avendo compiuto 82 anni e sempre lavorato parecchio, diventerebbe troppo lungo. Aggiungiamo che ha insegnato politica economica all’università di Cagliari, di Perugia, di Tor Vergata a Roma, alla Luiss, alla Scuola superiore della pubblica amministrazione. È stato direttore generale di Confindustria e ha ricoperto vari incarichi istituzionali, tra cui ministro dell’Industria e al riordino delle partecipazioni statali nel governo di Carlo Azeglio Ciampi. Con Silvio Berlusconi è stato a capo del dipartimento per le Politiche comunitarie.

Ma soprattutto ha affiancato Guido Carli quando da ministro del Tesoro firmò per l’Italia il trattato di Maastricht. E sin dal 1992 si è espresso in modo molto critico rispetto ai parametri stabiliti dal trattato, che sono secondo Savona troppo rigidi e privi di base scientifica. Una convinzione che lo accompagna da 25 anni, da tempi non sospetti e non ha nulla a che fare con il populismo o gli sguaiati fermenti antieuropei degli ultimi anni. Il professore sostiene che Carli e Ciampi fossero consapevoli che l’Italia non era pronta a entrare nell’euro, ma «non volevano rimanere fuori dalla porta». Erano convinti in buona fede che il tempo avrebbe migliorato la situazione, mentre invece «è peggiorata».

Non esclude a priori l’idea che Roma possa uscire dall’Ue o dall’eurozona, ma ritiene che questa eventualità debba essere attentamente preparata, perché delicata e pericolosa. Come scrive nel suo libro: «Se l’Italia decidesse di seguire il Regno Unito (ma questa scelta va seriamente studiata) essa attraverserebbe certamente una grave crisi di adattamento, con danni immediati ma effetti salutari, quelli che ci sono finora mancati: sostituirebbe infatti il poco dignitoso vincolo esterno con una diretta responsabilità di governo dei gruppi dirigenti». Dicevamo, e bisogna ribadirlo, che il probabile ministro del governo di Giuseppe Conte è però lontano dalle demagogie che vedono nell’Unione l’origine di tutti i mali. Non si definisce antieuropeista, anzi dice di essere per l’Europa unita, ma biasima le élite di Bruxelles e la moneta unica. «L’euro ha dimezzato il potere d’acquisto degli italiani, anche se le autorità lo negano», si legge ancora in un passaggio dell’autobiografia. Inoltre attacca l’ex presidente del Consiglio, Mario Monti, che descrive come «portabandiera del servilismo agli interessi dei poteri dominanti». E infine accusa il governatore della Bce, Mario Draghi, e quello della Banca d’Italia, Ignazio Visco, di aver contribuito a chiudere l’Italia nella «gabbia europea».

Insomma, Paolo Savona sembra la persona giusta, con l’autorevolezza e l’esperienza necessarie, per andare a discutere e ricontrattare norme, vincoli e regolamenti a Bruxelles. Si tratta di ricostruire e non sfasciare l’Unione, ma tornando a far sentire la voce dell’Italia, da troppi anni inascoltata. Che poi è anche quello che gli elettori hanno chiesto con il voto del 4 marzo scorso.

Si tratta soprattutto di recuperare la posizione dell’Italia come commenta Giulio Sapelli, docente di Storia economica all’Università di Milano: «Preoccupato per una rottura degli accordi con l’Europa? Bisognerebbe essere più preoccupati per l’inasprirsi della situazione economica. Aumentano i poveri, i disoccupati e ci sono piccole e medie imprese che non trovano operai specializzati. Tutto è fuori squadra. Abbiamo quasi distrutto il sistema universitario, non formiamo più classe dirigente. Abbiamo perso prestigio internazionale». E conclude difendendo il collega: «Allora rinegoziamo i trattati. Nel 2005 Danimarca e Francia hanno votato contro la Costituzione europea e nessuno ha detto nulla. Sono anni che Savona dice che un sistema a cambi fissi, a moneta unica sta distruggendo l’economia e produce divergenze. E ora la sinistra fa la schizzinosa con Savona che se alza il telefono parla con tutti i governatori centrali? Ma come si permettono? Ma si sciacquino la bocca».



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