Entro dieci giorni sarà di nuovo lockdown
  • Silvio Brusaferro (Iss): «L’indice Rt è a 1,7. Si va verso lo scenario 4, il più grave». Il premier è in picchiata nei sondaggi, ma nell’esecutivo nessuno rinnega più la serrata. Che potrebbe scattare tra il 4 e il 9 novembre, dopo altre chiusure di negozi e zone rosse localizzate.
  • La regione ha il record negativo di contagi e decessi. E l’ospedale Parini è nel caos.

Lo speciale contiene due articoli.

Il piano inclinato verso un nuovo lockdown nazionale appare sempre più ripido, e ormai nessuno nel governo – nemmeno a microfoni spenti – sembra avere il coraggio di negarlo o di opporsi politicamente a questo esito. E pure a microfoni accesi sono le ammissioni a prevalere: ieri si è espresso in tal senso il ministro agli Affari europei, Enzo Amendola, sentito dall’Huffington Post («Faremo di tutto per escluderlo, ma se sarà necessario ci assumeremo l’onere della scelta»).

I dati di ieri hanno confermato la tendenza: oltre 215.000 tamponi (contro i 201.000 del giorno precedente), 31.084 nuovi casi, 199 morti, e 95 nuovi ricoveri in terapia intensiva (in totale ci sono 1.746 persone ora in quei reparti).

«La percentuale dei positivi sui tamponi effettuati supera il 10% e non è un buon indicatore. Indica che l’epidemia galoppa, e che il virus circola in maniera abbastanza veloce», ha commentato Gianni Rezza, direttore generale della Prevenzione del ministero della Salute, in occasione del monitoraggio settimanale Iss-ministero.

Dunque, non hanno contribuito ad allentare la tensione nemmeno le analisi Iss, secondo cui, nel periodo tra l’8 e il 21 ottobre, l’indice di trasmissibilità Rt calcolato sui casi sintomatici è stato pari a 1,70 («Ancora in crescita, ed è riferito alla scorsa settimana», ha chiosato pessimisticamente Silvio Brusaferro, presidente dell’Istituto superiore di sanità). E si riscontrano valori di Rt superiori a 1,25 nella maggior parte delle regioni italiane. In particolare, sarebbero 11 le regioni classificate a rischio elevato di una «trasmissione non controllata», e 4 regioni (Calabria, Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte) più la provincia di Bolzano sono nello scenario 4. Delle 11 regioni – secondo l’Iss – 5 sono considerate a rischio alto a titolo precauzionale ma il dato non è attendibile perché la sorveglianza è insufficiente al momento della valutazione. Altre 8 regioni e province autonome sono classificate a rischio moderato, con una probabilità elevata di progredire a rischio alto nel prossimo mese. Quelle a rischio alto sono l’Abruzzo, la Basilicata, la Calabria, la Liguria, la Lombardia, il Piemonte, la Puglia, la Sicilia, la Toscana, la Valle d’Aosta e il Veneto. Conclusione complessiva di Brusaferro: «L’Italia è in uno scenario di tipo 3 ma in evoluzione verso il 4».

A questo punto, non sembra più in discussione il «se», ma solo il «come» e il «quando» delle nuove restrizioni, e in particolare la scansione dei passaggi intermedi che ancora potrebbero separarci dalla chiusura finale.

Quanto alle date, nella maggioranza si indicano il 4 novembre (giorno della prossima presenza di Giuseppe Conte in Parlamento) e il 9 novembre (scadenza delle due settimane dall’ultimo provvedimento): più o meno quelle potrebbero essere le tappe della stretta definitiva.

Da qui ad allora, potrebbero esserci sei tappe di avvicinamento. Primo: zone rosse locali, quindi chiusure territorialmente limitate, affidate alla responsabilità di governatori e sindaci. Secondo: altra stretta nei confronti del commercio, ormai scelto dal governo come vittima sacrificale. Terzo: altre misure sullo smart working, ormai concepito dall’esecutivo non tanto come una modalità di lavoro (tardano infatti nuovi e più stringenti criteri per la valutazione della performance della pubblica amministrazione), quanto piuttosto come una modalità per evitare concentrazione di persone nei luoghi di lavoro pubblico. Quarto: il grande ritorno delle autocertificazioni. Quinto: l’eventuale stop agli spostamenti tra regioni (che sarebbe l’anticamera della chiusura completa). E infine, sesto: per ciò che riguarda le scuole, l’obiettivo sarebbe quello di tenere il più possibile aperte elementari e medie, puntando invece sulla didattica a distanza per le superiori. Anche se ieri la Campania, che già aveva chiuso le scuole primarie e secondarie, ha deciso lo stop perfino per le scuole dell’infanzia (nidi e materne), dal 2 novembre in poi.

Su un altro piano, continua a essere ripetuta come un mantra la soglia delle 2.500 persone simultaneamente in terapia intensiva: è quella l’asticella «psicologica» fissata in diverse stanze dell’esecutivo.

Ma – dettagli a parte – la strada sembra tracciata. Il governo, in termini di comunicazione, sottolineerà l’allineamento italiano agli altri maggiori Paesi europei (Francia e Germania in testa). E può anche darsi che queste circostanze e l’oggettiva accelerazione della circolazione del virus convincano le persone dell’inevitabilità di questa nuova serrata. Eppure tutti i sondaggi attestano un crollo di fiducia nei confronti di Conte e del governo: percentuali maggioritarie degli elettori hanno la netta (e motivatissima) convinzione che, al di là della potenza del virus, sei mesi siano stati persi, e che il governo, con il corredo dei suoi comitati e dei suoi commissari, abbia gettato al vento il semestre in cui si sarebbe dovuto attrezzare il Paese in termini di trasporti, tracciamento, terapie intensive.


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