- Dopo la gita romana di Pierre Moscovici, ora è Berlino a fare pressioni sull’Italia: il ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz ci fa la lezioncina su «Repubblica». E Sergio Mattarella e Paolo Gentiloni si mettono sull’attenti.
- La maggioranza gialloblù era compatta contro l’accordo ma con la scusa del «pacchetto» il premier ha fregato tutti.
Lo speciale contiene due articoli
«Immagina. Puoi», diceva una nota pubblicità. Pensate cosa sarebbe successo se, qualche mese fa, l’allora vicepremier Matteo Salvini, alla vigilia di una votazione delicata del Bundestag, si fosse messo a rilasciare interviste ai giornali tedeschi per spiegare (a loro) il bene della Germania, con tanto di avvertimenti obliqui sulle conseguenze di una decisione opposta ai desideri italiani. O se un politico di un altro Paese si fosse messo a girare per i palazzi di Berlino lasciando cadere moniti e qualche velata minaccia. Apriti cielo!
E invece in Italia è possibile questo e altro, con tanto di coretto mediatico a cappella di benvenuto. Prima la passeggiata romana di Pierre Moscovici tra Quirinale e Palazzo Chigi (addirittura, a vertice di maggioranza in corso); e ieri l’intervistona a Repubblica del ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz.
Dopo le consuete giaculatorie sull’Ue che deve diventare «più solidale», Scholz arriva al punto del Mes: «Con il Fondo salvastati rafforziamo l’Eurozona, perché gli Stati siano in grado di superare meglio le crisi che verranno». E già qui l’approccio è eloquente: anziché spingere per la crescita e per l’uscita da una stagnazione che morde la stessa Germania, già si dà per scontato l’arrivo di nuove crisi, rischiando di innescare il meccanismo della profezia destinata ad autoavverarsi.
Subito dopo, la prima bastonata: «Il Mes ha tradizionalmente il compito di sostenere Paesi in difficoltà. Perciò concede crediti che sono legati a determinate condizioni». È il meccanismo della condizionalità, cioè una specie di inflessibile commissariamento imposto ai «salvati».
Chi lo intervista gli chiede se ci sarà una ristrutturazione automatica del debito, e Scholz risponde di no. Il guaio – però – è che, pur in assenza di automatismi, tutto il meccanismo è affidato a valutazioni tecniche ad altissimo impatto politico e sociale: un po’ come dire che la condanna a morte non è automatica, ma la deciderà il boia. Non una prospettiva rassicurante.
Ma la bastonata più dura arriva quando Scholz si diffonde sulla sua idea d’Europa: «Per l’Ue dobbiamo accelerare i processi decisionali e impedire i veti». Sentite come: «Dobbiamo rinunciare al principio dell’unanimità nella politica estera e delle finanze. Dobbiamo poter decidere a maggioranza». Avete capito bene: immaginate un’Ue nella quale, sulle partite più delicate e strategiche, una maggioranza semplice o anche una maggioranza qualificata possa imporsi sui Paesi riottosi o politicamente sgraditi, imponendo loro di restare nella gabbia ma sottoponendoli a qualunque tipo di decisione.
Come si vede, l’approccio è sempre più dogmatico e illiberale, e non si capisce quali opzioni siano offerte a cittadini e governi. Non gli si consente di uscire dall’Ue (perfino la potentissima Gran Bretagna è costretta a un calvario impressionante per realizzare una Brexit votata dagli elettori); non si consente di chiedere «meno Europa»; e ora si vorrebbe imporre «più Europa» anche semplicemente a colpi di maggioranza.
Su tutto questo, il leghista Claudio Borghi ha twittato, riportando le parole di Scholz: «Lo sentite il brivido lungo la schiena, vero? Lo capite che dire no al Mes potrebbe essere l’ultima possibilità? Lo sapete chi è “la maggioranza” in Ue?».
Dalla festa del Foglio, si allinea totalmente ai desideri di Parigi e Berlino il neo commissario Paolo Gentiloni: l’accordo «è frutto di una trattativa più che accettabile fatta dal governo gialloblù. Dovremmo smetterla di farci del male da soli perché queste rappresentazioni poi hanno delle conseguenze sui mercati. Oggi fa bene il ministro Gualtieri a difendere quell’accordo. È singolare che chi come Salvini di quel governo ha fatto parte, lo attacchi. Fa parte di una serie di azioni contro l’Ue di cui dobbiamo essere molto preoccupati». Se ne deduce che la Lega dovrebbe smentire oggi le sue posizioni e risoluzioni parlamentari, secondo Gentiloni.
Ma l’intervento più pesante della giornata – sia pure indiretto, per quanto il link appaia facilmente «leggibile» – è stato quello del presidente della Repubblica: parlando dell’Alto Adige, Sergio Mattarella ha colto l’occasione per le rituali esternazioni pro Ue. Decisamente irrituali, però, e anzi politicissimi, i passaggi che tanti hanno collegato al dibattito sul Mes, quando il Capo dello Stato ha sottolineato che «è il crescente livello di collaborazione garantito dall’Unione a proteggere le comunità nazionali, i cittadini europei, da tensioni esterne così forti che nessun paese europeo, da solo, potrebbe fronteggiare». E ancora: «Al di fuori di questo progetto non vi può essere, in realtà, per i popoli europei, né sovranità né indipendenza, ma l’esatto contrario».
Resta tuttavia misterioso perché non si possa nemmeno discutere di come debbano funzionare le regole di protezione, come correggerle, come evitare effetti devastanti per l’autonomia di una nazione libera. E come mai un Paese debba – per così dire – essere richiamato ad accettare un pilota automatico esterno sempre più invadente.
Daniele Capezzone
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