• Al raduno di Ivrea cade il tabù più qualificante: via libera alla ricandidatura degli eletti. Un modo per evitare gli «acquisti» di deputati e dare potere contrattuale al capo politico. Che ieri ha litigato ancora con Matteo Salvini.
  • Il problema è trovare la legge che (almeno questa volta) faccia governare chi vince. Per superare il Rosatellum, o maggioritario puro o un Porcellum con premio al vincitore. Restano il nodo coalizioni e il rebus Colle.
  • Le amministrative entrano nella partita sul nuovo esecutivo. Alle urne in tre Regioni e 20 capoluoghi. Leghisti e grillini puntano a rimarcare la propria crescita conquistando Friuli e Molise.

Lo speciale contiene tre articoli.

Rompere un tabù per blindare le truppe in Parlamento, cercando però di evitare il boomerang di essere additati come poltronisti dalla propria base. Decidere una deroga per il divieto al terzo mandato è ormai divenuto un imperativo categorico per il Movimento 5 stelle, perché in caso di scioglimento anticipato delle Camere entro un anno ci sarebbero decine di deputati «decapitati» da questa regola che solo M5s si è dato, ma che fa parte del suo Dna più autentico di forza politica che non ammette la politica come professione. Se n’è parlato a Ivrea fra i vertici del Movimento, a margine del convegno in ricordo di Gianroberto Casaleggio. Nessun passo formale è stato ancora compiuto, perché è una faccenda che va spiegata bene all’esterno e ai tanti amministratori locali, ma la direzione ormai è quella di una deroga perché in questa fase la priorità, nella testa di Beppe Grillo e Davide Casaleggio, è quella di rafforzare il più possibile la posizione di Luigi Di Maio. Che ieri ha dato vita all’ennesimo battibecco con Matteo Salvini, azzerando una volta di più le possibilità che M5s vada al governo con un centrodestra ancora aggrappato a Silvio Berlusconi.

C’è che la lezione dei rimborsi dei parlamentari brucia ancora in casa 5 stelle. Alcune irregolarità e una serie di furbizie da parte di alcuni deputati che non hanno versato quanto promesso al Fondo per il microcredito sono venute fuori nelle ultime settimane prima del voto e hanno rischiato di compromettere il grande risultato di domenica 4 marzo. Per il Movimento si è trattato di una beffa, perché sull’argomento «sono arrivate le lezioncine di avversari che non restituiscono neppure un centesimo alla collettività». Ma che neppure fanno la morale «anti-casta», va detto. Sul divieto di terzo mandato, allo stesso modo, si rischia un gigantesco flop. «Fa parte del nostro Dna, è una cosa molto sentita, ci distingue dagli altri perché sottolinea che siamo tutti al servizio di una causa e non della nostra poltrona», spiega un deputato al secondo mandato. E ha perfettamente ragione, perché un rapido giro tra i suoi colleghi conferma che sono in molti a ritenere non solo qualificante, ma anche vincente in termini elettorali, questo principio della piena sostituibilità di tutti.

Allo stesso tempo, però, chi ha più esperienza aveva già segnalato tanto a Grillo quanto a Casaleggio junior il rischio di esporre i deputati più «deboli» alle sirene di altri partiti. Se uno sa di non essere ricandidabile, infatti, potrebbe anche farsi sedurre da un altro gruppo parlamentare con la promessa di un seggio sicuro al prossimo giro. Anche se i 5 stelle sembrano geneticamente diversi, nulla si può escludere quando serve un pugno di voti in più per sostenere un governo che di suo non ha i numeri. E allora, anche a Ivrea, nel week-end, sottovoce si è parlato di nuovo di come uscire dall’impasse di questo vincolo che rischia di diventare un cappio. Perché la prima vittima di un eccesso di rigore finirebbe per essere Di Maio, che sta facendo una lunga battaglia di nervi con gli altri leader di partito, ma deve essere sicuro di guidare una truppa che nessuno può neppure lontanamente avvicinare.

Abbastanza casualmente, proprio mentre queste indiscrezioni cominciavano a circolare e il Movimento naturalmente si chiudeva a riccio, ecco che Rocco Casalino invece confermava che il tema è quantomeno «sul tappeto», per dirla con il politichese della Prima Repubblica. Il responsabile della comunicazione dei 5 stelle ha infatti dichiarato al New York Times che quella dell’abolizione del vincolo del doppio mandato «è una possibilità». Ovviamente «questa possibilità non è mai stata discussa», si è affrettato ad aggiungere Casalino, che poi ha anche sottolineato come la «possibilità» sia naturalmente legata a uno scioglimento anticipato della legislatura.

E qui, sul tema dei tempi della deroga, il discorso si fa particolarmente interessante. Chi, tra i 5 stelle, nega che il vincolo dei due mandati possa saltare, fa osservare che tanto è difficile che si rivoti prima di un anno e «una deroga su una legislatura di un anno è un po’ troppo». Invece, i molti fautori dell’eccezione non fanno distinzioni sotto i 12 mesi e sono meno ottimisti sulla durata di questo Parlamento: sia che si rivoti in autunno, sia che si voti a inizio 2019, sarà una legislatura non solo monca, ma anche depotenziata. In ogni caso, quando la decisione verrà presa, andrà comunicata molto bene. In modo da evitare che «un qualcosa in più che avevamo dato, si ritorca come fosse un mezzo furto», riassume bene un esponente del Movimento. E alla domanda se il vincolo del doppio mandato potrebbe essere tolto anche agli espulsi di oggi, la risposta che si raccoglie è un diplomaticissimo aggettivo: «Prematuro».

Intanto Di Maio continua a reggere con freddezza il ping-pong quotidiano con Matteo Salvini. Alleati in privato, rissosi in pubblico, sospettano nel Pd e in Forza Italia. Anche se pare si telefonino spesso, i due leader se ne mandano a dire di ogni tipo. Si presume per erigere una cortina fumogena su accordi che vanno ancora limati. Ieri Salvini ha detto: «A Di Maio chiederò un incontro. Al di là dei veti (su Silvio Berlusconi, ndr) o delle simpatie, facciamo qualcosa o no?». Immediata la replica via Twitter del leader di M5s: «C’è lo 0% di possibilità che il Movimento 5 stelle vada al governo con Berlusconi e con l’ammucchiata di centrodestra». La fase politica, del resto, è un po’ questa. I propri accordi sono «alleanze nell’interesse del Paese», mentre quelli degli altri sono tutte «ammucchiate».

Francesco Bonazzi

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